martedì 2 marzo 2010

Tronchetti dov'era?

Quando sembra tutto finito, come in un incubo degno di un film horror, lo scandalo Telecom ritorna a galla. Ora sembrerebbe che una delle società della Telecom frodasse il fisco per centinaia di milioni di euro. Non basta, secondo gli inquirenti si approfittava anche per riciclare denaro dalla dubbia provenienza di uomini legati alla mafia e alla n'drangheta. Vi basta? Probabilmente sì. Ma la realtà supera la fantasia: la Stampa di Torino, infatti, parla di un equivoco personaggio dalle origini russe che avrebbe favorito l'investimento delle immense cifre illecitamente guadagnate per acquistare partite di diamanti. Non si sono fatti mancare nulla, a quanto pare. E probabilmente altre vicende verranno a galla anche nei prossimi giorni.

E in tutto questo trambusto stupisce il fatto che a non accorgersi di nulla fossero i massimi esponenti della società. Sempre i soliti: Marco Tronchetti Provera e Carlo Buora.
Insomma, dopo che non si sono accorti del micidiale apparato deviato (?) che si divertiva (?) a spiare politici, banchieri, disturbatori d'assemblea e finanche esponenti di società di calcio, non si sarebbero accorti nemmeno di quest'altro papocchio. O meglio, secondo il Gip di Roma le responsabilità della società capogruppo sarebbero "solari". E se non lo avete capito, sembra che ci risiamo un'altra volta con lo stesso equivoco: la società è responsabile sebbene non sia dotata di cervello, coscienza e parola, mentre chi nella società aveva coscienza, cervello, parola e responsabilità poteva non essere al corrente di nulla.
Se così sarà interpretato il busillis verrebbe il dubbio che in Italia a non esserci sia la Giustizia. Quella con la G maiuscola, e uguale per tutti.
Intanto, una prima risposta la troveremo il prossimo 9 Marzo (fatto salvo un altro "legittimo" impedimento) quando il massimo responsabile della Telecom dell'epoca sarà interrogato dal Gup di Milano nell'ambito di quell'altro scandalo relativo al dossieraggio illecito ad opera degli apparati Telecom.
Da non dimenticare un fatto però: nell'udienza passata furono proprio i due Pubblici Ministeri della Procura ad opporsi all'interrogatorio.
A pensar male si fa peccato...

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giovedì 2 luglio 2009

It's a criminal world

Il mondo del calcio è vulnerabile alle infiltrazioni criminali e al riciclaggio di denaro sporco. Fondi neri, evasione fiscale e bilanci truccati sono, se non la regola, una abitudine diffusa. Per non parlare di altri reati come le scommesse clandestine, la corruzione, il doping, addirittura il traffico di esseri umani. La trasparenza è pressoché sconosciuta.
Beh, chiederete, dov’è la novità? E avete ragione, sono cose che più o meno sappiamo o sospettiamo tutti.
Fa effetto però che a dire queste cose, a metterci il timbro sopra, sia l’Ocse, l’organizzazione dei paesi maggiormente sviluppati dal punto di vista economico.
Il rapporto del Fatf (il braccio operativo finanziario dell’Ocse) si intitola "Il riciclaggio di denaro attraverso il settore del Football". E' per la verità una ricognizione a volo d’uccello sui guasti più macroscopici del pianeta calcio mondiale. Anche l’Italia è citata, con una riconoscibilissima descrizione del tentativo della cordata Chinaglia di mettere le mani sulla Lazio attraverso minacce e capitali di provenienza criminale.
Un rapporto di questo tipo per forza di cose non può entrare nei dettagli di ogni singolo Paese. Non basterebbero certo una quarantina di pagine.
Interessanti sono però le cause indicate dall’Ocse: azionariato nebuloso, regole vaghe, mancanza di professionalità del management, somme "irrazionali" per finanziare maxi-acquisizioni di calciatori.
Non vi ricorda nulla? Non sentite odore di casa?
Intendiamoci, non è che il calcio italiano sia in mano alle mafie. Però anche da noi vale quello che scrive l’Ocse, ovvero che "Il football ha uno status a cui molte persone vorrebbero essere associate", e che si tratta di uno sport "con forti benefici non materiali per chi ci investe. I club sono profondamente radicati nella società".
Chiunque abbia un po’ di soldi, insomma, ha interesse a partecipare alla giostra, alla faccia del luogo comune secondo il quale "con il calcio non si guadagna". Ci si guadagna eccome, invece, solo che si guadagna altrove. Grazie al calcio e ai "benefici non materiali" che assicura, ma non dentro al calcio.
Non c’è da sorprendersi che gli imprenditori nostrani riescano a dare, quando entrano in contatto con il pallone, il peggio di sé. Seguendo criteri che tutto sono tranne che imprenditoriali. Perché tanto il football è solo una vetrina per incrementare i propri affari, e per di più è un mondo con scarsi controlli e con "regole vaghe". E poi vi meravigliate quando sentite parlare di bilanci truccati, di spionaggio, di valigette piene di soldi o di tifosi infuriati sotto la sede di una banca. Ma in che mondo vivete?

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