giovedì 11 febbraio 2010

Politica laziale


Lo scrivevamo giusto pochi giorni fa: le squadre romane godono di un trattamento speciale rispetto a tutte le altre. Trattamento politico, verrebbe da dire. Del resto Roma non è "a' Capitale"?

La traballante posizione in classifica della Lazio e i mugugni degli elettori-tifosi hanno immediatamente fatto scattare il campanello di allarme nei palazzi romani. Si sprecano le grida di dolore da destra (Gianni Alemanno, sindaco di Roma) e da sinistra (Montini, vice presidente della Regione Lazio).
Il fatto curioso è che da entrambe le parti si fa la premessa che la politica non deve occuparsi di calcio, premessa che ricorda il famoso proverbio della gallina che ha fatto l'uovo per prima.
Poi i politici si lanciano nei soliti peana su Roma che non merita "una squadra in tilt", e le solite promesse di aiuto.
Come se fino ad ora di aiuto le squadre romane ne abbiano avuto poco. Nessuno si è dimenticato dei contributi previdenziali evasi dalla Lazio (gestione Cragnotti), che lo Stato ha accettato di ricevere in comode rate ventennali. Nessuno si è dimenticato dei debiti della Roma con Unicredit, e dei costanti interessamenti di illustri tifosi da destra e manca per il salvataggio della società.
Verrebbe da pensare che qualche pressione politica sia arrivata anche quando qualcuno fu colto con i regali per gli arbitri tra le mani (leggi Rolex in oro). In quel caso tutti d'accordo: semplici cadeaux, solo romano buon cuore.
Certo poi ci sarebbero altri, brutti, sporchi e cattivi, sotto processo per aver fondato una associazione a delinquere simile alla mafia e alla P2, che regalava all'arbitro la maglietta di Kapò (vedi vignetta). Ma si sa, se a Torino regalano una maglietta si tratta di tentativo di corruzione, se a Roma regalano Rolex in oro si tratta di buon cuore. E poi Roma, Caput Mundi, è come la moglie di Cesare; senza passato, e al di sopra di ogni sospetto.

Una situazione grottesca e tristissima, tanto più in questo periodo storico dove l'Italia è piena di fabbriche occupate da operai in rivolta per un posto di lavoro (e una vita) che sfugge via.
Ma i politici (di destra, centro e sinistra) hanno altro a cui pensare. Forse perché nella Capitale le fabbriche non esistono. Loro sono "a' Capitale", e hanno i Ministeri.
Chissà che per svegliare questi politici non sia necessario arrivare al default dello Stato. A quel punto i ministeriali senza stipendio saliranno sui tetti dei ministeri. Naturalmente armati di sciarpetta della Maggica o del Piovarolo al collo. Auguri.

Drago di Cheb

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martedì 29 dicembre 2009

Addio legge Beckham

In Spagna la vida loca del mondo del calcio sembra davvero finita. Il Parlamento infatti ha abrogato la legge che concedeva uno sconto sull'aliquota dell'imposta sul reddito per i lavoratori stranieri con un reddito superiore ai 600.000 euro. Non ci vuole molto per capire che questa legge era fatta su misura per gli sportivi professionisti, visti gli alti ingaggi di cui godono (beati loro!): infatti fu da subito definita dalla stampa "legge Beckham".
Finalmente si pone fine ad un'evidente sperequazione tra contribuenti. Ma non solo: si pone fine anche ad una delle più evidenti distorsioni della concorrenza tra club europei.
Non era accettabile una situazione nella quale i club di una nazione avessero un tale enorme vantaggio. Naturalmente dove non hanno potuto né l'Uefa né l'Unione Europea è riuscita la realtà dei fatti: la grave crisi economica ha reso politicamente intollerabile, in un paese con quasi il 20% di disoccupati, un simile favoritismo alla "casta gladiatoria".

Ora, grazie alla crisi economica, ci aspettiamo anche qualche provvedimento in relazione ai finanziamenti bancari e alle folli speculazioni edilizie dei club.
Forse abbiamo trovato uno dei pochi risvolti positivi della crisi economica: la possibilità di dare una bella lezione ai furboni del pallone iberico.

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venerdì 6 novembre 2009

Le forche di Guido Rossi

Guido Rossi oggi sdottoreggia sul Corriere della Sera. Al centro dei pensieri del Professore vi è, manco a dirlo, la crisi finanziaria.
Naturalmente non tutto ciò che dice è sbagliato. Anzi, molte delle sue idee sono condivisibili.
Per esempio, ritiene che sia stato un suicidio quello di abrogare la Glass Steagall Act, legge che separava nettamente le banche d'investimento dalle banche commerciali.
Sono soprattutto d'accordo con lui quando punta il dito contro grande equivoco, ovvero la confusione tra democrazia e il cosiddetto libero mercato. Bravo professore, lei non manca di sagacia!

Rimango un po' stupito, invece, quando spiega che nessuno, tranne Richard Posner, si è accorto della follia dell'attuale sistema capitalistico. Rimanendo nell'ortodossia, posso consigliare al Chiarissimo autori quali Sylos Labini o Susan Strange, o anche il premio Nobel George Akerlof.
Comunque pazienza se il professor Rossi non è molto aggiornato, ciò che conta è l'impegno.

L'avvocato filosofo è invece imbattibile, noi lo sappiamo benissimo, in teoria e pratica dell'innalzamento di patiboli su pubblica piazza.
Ecco cosa dice a proposito dell'argomento: "Quando arriva Roosevelt nel 1933, di gente in galera ne era fini­ta parecchia. Qui si rischia che a paga­re sia solo Madoff. Lo stesso che peral­tro ha costretto la Sec a confessare di aver seguito con assoluta incompeten­za il caso e ad ammettere di non esse­re stata in grado di intercettare il ma­­laffare".
Come vedete, più forche per tutti.
Non importa se i banchieri americani non hanno trasgredito alla Glass Steagall Act, precedentemente abolita. Alla forca!
Non importa se le agenzie di rating non hanno trasgredito a nessuna legge sul conflitto di interessi, visto che la materia non è sostanzialmente regolata. Alla forca!

Ciò che conta per il professore, legge o non legge, è dare una dura lezione. Giustamente, mica possono pagare solo coloro che come Madoff hanno trasgredito la legge. Deve pagare anche chi ha tenuto comportamenti sbagliati, sebbene non sanzionati dalla legge.
Visto il disastro, presumibilmente, Guido Rossi ritiene sia giusto fare un eccezione allo stato di diritto. Un perfetto discepolo di Carl Schmitt.

Ma per comprendere pienamente il personaggio, a fine intervista ecco la perla: "Anche se mi preme dire che sulle autorità interna­zionali sono ben lontano dalle tesi di Benedetto XVI che mi pare riprenda invece le convinzioni del giurista tede­sco Carl Schmitt e quindi di un Impe­ro cristiano dei re Germanici".
Insomma, lui che poche righe prima chiede più forche e manette per tutti, in eccezione allo stato di diritto, accusa Sua Santità di essere un allievo di Carl Schmitt!

Verrebbe da pensare che l'Argonauta Guido Rossi abbia rielaborato un idea di Leo Strauss: dalla scrittura reticente all'intervista reticente.

Drago di Cheb

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domenica 1 novembre 2009

Rivoluzione falce e barile

E' passata un po' sottotraccia, ma nel giorno dell'Assemblea degli azionisti dell'Inter, il Presidente Moratti ha annunciato una piccola grande rivoluzione: evidentemente i sanguinosi conti dell'Inter fanno riflettere, ormai, anche un benefattore (dei milionari) come lui.
Ecco cosa ha dichiarato: "Nell'Inter abbiamo deciso una rivoluzione. Che parte da una riorganizzazione. Anche trasferendoci nella nuova sede di Corso Vittorio Emanuele abbiamo ottimizzato le risorse umane. Ma chiaramente bisogna incidere sui costi di calciatori e tecnici. Abbiamo scelto che d'ora in poi tutti i contratti, sia quelli nuovi sia quelli che saranno rinnovati (il primo Julio Cesar ndr), avranno una struttura molto diversa. Ci sarà una parte con un minimo garantito di livello per la qualità degli straordinari campioni che abbiamo, in campo e in panchina. Ma di livello considerevolmente inferiore rispetto ai contratti attuali. E ci saranno sostanziosi premi già definiti a seconda dei titoli che mi auguro conquisteremo. In questa maniera miglioreremo la salute dell'Inter e offriremo nuovi incentivi ai tesserati".

Il modello è, ovviamente, interessante e tra l'altro molto simile a quello che provarono ad applicare in casa Juve ai tempi della Triade. Sfortunatamente crediamo che, almeno nel breve periodo, la "rivoluzione" indebolirà la squadra. Lo diciamo perché saranno ancora più allettanti per le star le sirene del campionato spagnolo e del campionato inglese, dove gli ingaggi risultano più alti e meno legati ad un evento aleatorio, come per esempio una vittoria in coppa. Questo è ciò che abbiamo pensato quando abbiamo letto la notizia.
Però, dopo ventiquattr'ore abbiamo appreso che Mancini, per rescindere il suo contratto, è stato letteralmente ricoperto d'oro (nero?) dal nostro petroliere preferito.
Le rivoluzioni non si fanno in pizzeria. Tanto meno nelle assemblee degli azionisti di una delle ditte di un petroliere. E questo, a leggere Marx (ma anche la Thatcher), sarà per l'Inter un grosso problema.

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giovedì 6 agosto 2009

La crisi strisciante

Dietro i luccichii del mirabolante calciomercato di poche società che hanno possibilità di indebitarsi (Real), o di spendere grazie ad un bilancio sano (Juventus e Bayern), continua la lenta agonia di un movimento. Crisi occultata dai giornalisti che fanno parte a pieno titolo del carrozzone, e che ne traggono sostentamento.
Nessuno vi ha spiegato, infatti, la grave situazione che mina il calcio mondiale alle sue fondamenta: si pensi all'interruzione, causa debiti, del campionato argentino.
La cosa è stata presentata dalla maggior parte della stampa come una notizia "di colore". Noi obbiettiamo: la notizia è grave.
Il movimento argentino è fondamentale a livello mondiale, inutile ricordare le vittorie degli "albicelesti" ai mondiali o gli immensi campioni che sono nati in quella terra bella e sfortunata, o ancora l'immensa passione popolare che il calcio riscuote a quelle latitudini.
Ma tutto ciò non è bastato. Il campionato non parte, le società devono pagare cinquanta milioni di dollari di debiti, soprattutto al fisco. Nel frattempo, non risulta che la Fifa del colonnello Blatter abbia posto in essere alcun tipo di aiuto. Con il rischio che un patrimonio calcistico di inestimabile valore (per chi ama questo sport, ma non per chi con questo sport ingrassa, evidentemente) venga irrimediabilmente compromesso.

Intanto in Europa l'orchestrina del Titanic continua a suonare (soprattutto musiche spagnole): tutti parlano della fantasmagorica campagna acquisti del Real o di Ibra al Barcellona. Gli oltre tre miliardi (sì, miliardi) di debiti che schiacciano il calcio spagnolo sono stati depennati dall'agenda. Fino a quando i creditori non si faranno avanti: statene certi, presto o tardi, la cosa avverrà.
In Italia, assistiamo ad uno spettacolo un po' grottesco, dove alcuni ci pare studino le opportune exit strategies per quando la musica dell'orchestrina finirà: Unicredit vuole vendere la Roma (ma chi la compra?), un petroliere albanese sembrava in procinto di acquistare il Bologna, ma al momento della firma qualcosa dev'essere successo e tutto è stato rimandato, Matarrese vuole vendere il Bari e anche Cairo si è detto disponibile a farsi da parte.
Anche i tanto decantati mecenati meneghini hanno stretto i cordoni della borsa, sebbene la stampa (sempre prona) continui a spacciare mercati da evidente ridimensionamento come campagne acquisti straordinarie.
Sarebbe ora che Federcalcio e Uefa organizzassero gli stati generali. Meglio gestire una crisi strisciante, piuttosto che far finta di nulla e rischiare di essere travolti da uno tsunami: l'Argentina, in fondo, non è tanto lontana.

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lunedì 3 agosto 2009

Inversione di rotta

Non è tempo di fare bilanci, naturalmente. Però si possono fare alcune considerazioni sulle tendenze in atto nel calcio italiano, e sulla Juve in particolare.
Ci sembra che il calcio italiano si sia impoverito, soprattutto di piedi buoni (la scoperta dell'acqua calda, lo sappiamo); via Ibra e Kakà, e si parla insistentemente di un addio di Pirlo e di Aquilani. Ciò che colpisce non è solo che esportiamo stelle all'estero, ma soprattutto che perdiamo giocatori di personalità e dai piedi buoni. Il lato forse peggiore è che il campionato italiano è ingolfato di 30/35enni che non hanno alcuna intenzione di farsi da parte, e che per questioni di ingaggio e di gerarchie tarperanno le ali a possibili nuovi talenti. Pertanto, ahinoi, il gap con le inglesi e le spagnole rischia di allargarsi.
Questo è il fenomeno che rischia di essere più drammatico, ancora peggiore dell'asfissia finanziaria che attanaglia i club.

In questo clima di decadenza da basso impero, si segnalano un paio di eccezioni. Da un lato la Juventus di Ferrara, non solo per gli innesti di Diego e Melo, ma anche per il tentativo di invertire la rotta che sta seguendo il calcio italiano, valorizzando i giocatori dai piedi buoni (vedi Tiago e Camoranesi).
L'altra eccezione ci sembra il Genoa di Gasperini, che continua a puntare su giocatori stranieri da valorizzare e su giovani italiani da coltivare.

Non ci resta che sperare in un calcio italiano che prenda esempio da questi due tecnici e da queste due società. Se non si hanno soldi, la fantasia (non quella contabile) al potere è l'unica arma contro la decadenza.

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martedì 7 luglio 2009

Mutande all'uruguayana

Tante volte vi abbiamo parlato sia del collasso sistemico del calcio spagnolo, oberato da debiti per oltre tre miliardi di euro, sia della situazione del Valencia ormai in stato prefallimentare, con oltre 500 milioni di euro di debiti e un nuovo stadio che doveva essere completato grazie alla vendita degli spazi commerciali adiacenti. Vendita che, vi abbiamo spiegato, si era inceppata causa crollo, in Spagna, del settore Commercial Real Estate.

Ora, ecco qui che il presidente del Valencia ha trovato una soluzione che sinceramente non ci lascia per niente stupiti, soprattutto alla luce dell'allarme lanciato dall'Ocse sull'utilizzo del calcio come "lavanderia" del danaro sporco. La società Dalsport acquisterà il terreno dello stadio Mestalla per la cifra di 500 milioni di euro consentendo quindi al Valencia di rientrare dei debiti. A noi pare che la somma, ad onor del vero, sia spropositata visto il devastante crollo del settore immobiliare spagnolo. Non basta, il punto è anche un altro: nessuno sa di cosa si occupi questa società, nè chi siano i soci, nè, tanto meno, da dove tirino fuori i soldi.
La ciliegina sulla torta è però questa: la società in questione ha sede a Montevideo, Uruguay. Un paradiso fiscale, ma non un paradiso fiscale qualsiasi, bensì un paradiso fiscale "specialissimo", che ha costretto i capi di stato del G20, riunitisi a Londra, ad inserirlo nella famigerata "black list". Lista nera che comprende solo altri tre paesi: Costa Rica, Malesia, Filippine.
Una constatazione amara, ce la scuserete, anche se fuori tema: oggi il Guardian adombra la possibilità che l'Italia venga esclusa dal gruppo dei paesi appartenenti al G8, causa le frequentazioni non da frate francescano del nostro capo di governo. Dovrebbe sostituirci la Spagna.
Auguri a tutti. Noi abbiamo scoperto, visto quello che c'è in giro, di dover andare molto orgogliosi di essere italiani. E pazienza se qualcuno ha da che sindacare sulle nostre mutande. Noi, siamo certi di averle pulite.

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domenica 21 giugno 2009

La conversione di Berlusconi

Berlusconi, tutti sarete d'accordo, è l'uomo che ha portato il calcio nel terzo millennio: da sport a show business. Fu lui a far lievitare il costo dei cartellini, basti pensare all'acquisto di Gullit o di Lentini. Fu lui a vedere per primo la stretta correlazione tra televisione e calcio.
Ora sembrerebbe lui a suonare la campanella della fine della ricreazione. Prima ha venduto Kakà al Real Madrid, ed è la prima volta che il Milan vende un campione nel pieno della sua maturità tecnica e fisica. Ora ascoltate un po' cosa ha da dire circa gli acquisti folli del Real Madrid: "Non si può andare avanti così, bisogna avere un minimo di senso pratico, adesso ho anche intenzione di fare delle cose a riguardo perché è diventata una cosa inammissibile".
Ecco, noi speriamo che quel "fare qualcosa" sia un bel "fare la cosa giusta": ovvero far pagare le giuste tasse alle società di calcio spesso in debito con l'erario. E soprattutto costringere la Figc a controllare seriamente i bilanci (consolidati) delle società, come richiesto da Platini.
Chi ha fatto il furbo venda i giocatori (se trova qualcuno che li compra), altrimenti si portino i libri i tribunale.

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giovedì 18 giugno 2009

La bolla dorata

Dal mondo del calcio continuano ad arrivare grida di dolore. Ecco cosa dice oggi il direttore sportivo della Fiorentina Pantaleo Corvino: "Il calcio è in crisi economica e finanziaria e bisogna aiutarlo, per esempio con delle agevolazioni dal punto di vista fiscale: la fiscalità italiana ci penalizza mentre negli altri paesi la situazione è molto migliore".
Ecco, il calcio è in crisi e lo Stato dovrebbe concedere una fiscalità di vantaggio. Sarà anche vero, ma questa richiesta attesta, senza dubbio alcuno, che i signori del pallone vivono in una bolla dorata e non si rendono minimamente conto della realtà generale. Oggi per esempio il centro studi di Confindustria ha rilasciato le sue previsioni per quest'anno: Pil -5%, disoccupazione al 9,3%, rapporto debito/Pil al 117,5%.
Lasciando perdere il fatto che non è minimamente da escludere che questi dati, seppur catastrofici, siano comunque ottimistici, appare subito chiaro che lo Stato non ha nessun margine di manovra per poter intervenire in favore del mondo del calcio.
Noi pensiamo inoltre che lo Stato tra decreti "spalmadebiti" e trattamenti di favore da parte dell'Agenzia delle Entrate alle società di calcio, abbia dato più che abbastanza. Ora è arrivato il momento di usare il bisturi e di incidere sul bubbone. Chi non ha le risorse per andare avanti deve vendere i suoi giocatori migliori, se ciò non basta le società in debito d'ossigeno devono essere pilotate verso il fallimento e fatte ripartire dalla vecchia serie C2, così come previsto dal "lodo Petrucci".
Questo è l'unico modo per riportare la macchina in carreggiata. E pazienza se guarderemo le cicale spagnole festeggiare (forse) per uno o due anni. Dopo godremo di un ottimo spettacolo.

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giovedì 21 maggio 2009

La Tsushima di RCS


Pessime notizie dal fronte economico finanziario per la flotta Rizzoli - Corriere della Sera. Per porre rimedio alle gravi perdite il management del gruppo ha presentato un piano lacrime e sangue, che prevede parecchi esuberi del personale e anche una riduzione delle copie distribuite in omaggio dei suoi due più importanti giornali: la corazzata Corriere della Sera e l'incrociatore rosa che noi ben conosciamo.
Risulta che le copie omaggio della Gazzetta saranno ridotte di circa 120.000 unità. Molto probabilmente questo porterà la tiratura del giornale sportivo del gruppo a non più di 300.000 copie al giorno. Se si pensa che solo 5 anni fa venivano distribuite oltre 420.000 copie, possiamo affermare, senza paura di smentita, che siamo di fronte ad una vera catastrofe.
Ma quali sono i mali che hanno colpito i giornali del gruppo? Aldilà delle giustificazioni di maniera, che tendono a vedere nella crescita di Internet la causa della debacle della carta stampata, noi vediamo una motivazione molto più seria: la crescente sfiducia dei lettori in un'informazione che a volte dà l'impressione di essere più megafono del "potere" che strumento di informazione imparziale e obiettiva dei lettori.
Vediamo un paio di esempi che possono rendere chiara la nostra posizione. Ieri il Corriere ha proposto ai suoi lettori una cronaca assolutamente fuorviante dell'udienza napoletana sul processo Farsopoli. Addirittura, il giornalista è arrivato a dire che Moggi si arrabbiò con Paparesta dopo la famosa partita di Reggio Calabria perché l'arbitro non aveva voluto favorire la Juve. Bene, nulla di più falso, e la cosa è facilmente riscontrabile ascoltando per esempio le registrazioni dell'udienza di Radio Radicale: Moggi si è arrabbiato, come tutti i dirigenti italiani di squadre di calcio, quando le proprie compagini vengono platealmente danneggiate. Paparesta danneggiò gravemente la Juve e Moggi, come da costume consolidato, andò fuori dai gangheri. Evidente nella ricostruzione del Corriere l'intento di far passare nel lettore l'idea che Moggi si arrabbiasse quando la squadra non veniva aiutata. Quindi che era persona che pretendeva l'aiuto. Cari lettori, dite voi se questo è giornalismo.
La Gazzetta, se possibile, è riuscita a fare di peggio. Diventando megafono delle parti civili estromesse dal processo, che addirittura teorizzano la ricusazione del magistrato a capo del collegio giudicante. Veniamo ai fatti. Il giudice avrebbe detto che bisogna procedere a tappe forzate perché ci sono "processi più importanti". Apriti cielo, per le parti civili (e per la Gazzetta) questo può essere motivo di ricusazione, visto che attesta la prevenzione del giudice che considera ben poca cosa lo scandalo del secolo. Noi invece saremmo d'accordo: in un paese serio un simile processo non avrebbe mai visto la luce, data l'assoluta insussistenza delle accuse. Ma il nostro parere non importa.
Quello che conta è che la Gazzetta non ha riportato correttamente il pensiero del magistrato, che in realtà ha detto di avere processi con detenuti, quindi più importanti di quello su Farsopoli, che grazie a Dio non vede nessuno privato della libertà personale. Chi non può essere d'accordo con il pensiero del giudice, che considera più importanti processi nei quali persone innocenti fino a prova contraria sono private della libertà? Valutate voi, cari lettori, se questo è buon giornalismo.
Quello che si intuisce, e si può a buona ragione sospettare, è che i giornali RCS tirino sempre l'acqua al proprio mulino. Eh sì. Mai dimenticare infatti che tra gli azionisti del gruppo RCS vi è Tronchetti Provera, socio e sponsor di quell'Inter che vedrebbe totalmente delegittimate le proprie vittorie qualora la Triade juventina venisse assolta dalle accuse di Calciopoli. E mai dimenticare che anche il ramo Elkann della famiglia Agnelli è presente tra i soci RCS. Ramo della famiglia, sia detto chiaro e tondo, che ha potuto strappare dalle mani del ramo umbertiano della famiglia Agnelli il controllo della Juve, grazie proprio allo scandalo del 2006.

Sarà un caso, ma il pensiero esposto sui giornali del gruppo RCS è sempre coincidente con gli interessi dei propri azionisti. Sarà un caso, ma i lettori che pagano quando vanno in edicola, comprano sempre meno i giornali del gruppo. Forse i lettori si stanno stancando di pagare per leggere dei quotidiani che hanno una posizione sempre allineata agli interessi degli azionisti? Noi pensiamo stia andando proprio così. Ed è per questo che la flotta RCS, da flotta invincibile si sta sempre più trasformando in un'accozzaglia di bagnarole, come quelle che i russi mandarono, agli inizi del XX secolo, dall'Europa in Estremo Oriente, per combattere i giapponesi. Ovvio e scontato che per noi il gruppo RCS sarà destinato a fare la stessa fine delle navi russe nella battaglia di Tsushima.

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mercoledì 22 aprile 2009

Vida loca

La Stampa di oggi riprende un argomento trattato da noi in più di una occasione: la crisi economica che attanaglia il calcio spagnolo.
Già vi avevamo riferito che la Liga è oberata complessivamente da oltre 3 miliardi di euro di debiti, di cui più di 600 milioni nei confronti del fisco spagnolo. Però, grazie all'articolo abbiamo la possibilità di approfondire un aspetto secondo noi molto importante.
Il Valencia ha abbandonato la costruzione del nuovo stadio a causa della impossibilità di vendere i terreni circostanti a chi avesse avuto intenzione di intraprendere attività commerciali in prossimità dell'impianto. Questo impedimento non permette, secondo l'articolo, di ripagare i 200 milioni prestati al Valencia dalle banche.
Dunque, si può vedere che la crisi del mercato degli immobili commerciali ha avuto gravi ripercussioni sui destini della società.
Non si pensi che questo fenomeno sia solo spagnolo, in America per esempio è fallita la General Growth Properties, secondo gestore di centri commerciali del paese, oppure in Germania la società Arcandor vuole vendere il più importante e lussuoso centro commerciale d'Europa, il KaDeWe. Siamo sicuri che in Italia il settore non si avvii ad una contrazione?
Lo diciamo sommessamente e con tutto il rispetto dovuto ai presidenti delle nostre società: siamo sicuri che la via per risanare il calcio italiano sia quello di costruire nuovi stadi con annessi centri commerciali? E se la crisi del mercato immobiliare commerciale si farà sentire anche Italia? Non è che si rischia di fare la fine del Valencia?

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sabato 4 aprile 2009

L'ermetismo di Della Valle

Anche Della Valle inizia a scoprire qualche carta sul suo progetto: ci spiega che affinché la Fiorentina possa competere con le big deve puntare sul nuovo stadio, su un parco a tema e un polo commerciale ad esso correlato. Fin qui tutto bene e tutto bello.
Poi, però il discorso di Della Valle perde di chiarezza e diventa molto ermetico. Infatti ci dice che "la Fiorentina non fa politica, ma guarderemo con attenzione i programmi dei candidati" e che la Fiorentina ha "bisogno di energie che ci arrivino dalla fondazione viola".
Viene subito da domandarsi che c'entra la politica e soprattutto che cos'è questa fondazione viola?
A rigor di logica, la politica c'entra per dare le necessarie autorizzazioni edilizie previste dalla legge. E tutto finisce lì.
In questo caso però, si parla di fondazione senza spiegare chi dovrebbero essere i fondatori della Fondazione (leggi quelli che mettono le risorse finanziarie per il raggiungimento degli scopi statutari) e soprattutto non si capisce chiaramente quali dovrebbero essere gli scopi.
Si vuole forse che il Comune sia tra coloro che compartecipano all'istituzione della fondazione?
La fondazione deve sostenere finanziariamente la realizzazione dello stadio e delle opere ad esso connesse?
Lo si dica chiaramente, senza troppi giri di parole.

Noi rimaniamo convinti che chiedere soldi allo Stato, anche attraverso gli enti locali, sia moralmente ingiusto in questo momento. Da un'ottica juventina, inoltre, abbiamo l'impressione che la società Juventus rischi di subire una concorrenza sleale visto che lo stadio se lo costruisce di tasca sua, se si esclude l'aiuto del mutuo agevolato che comunque il Credito Sportivo darà a tutti visto che è il suo fine istituzionale.
Dopo Farsopoli rischiamo di subire la fregatura di Stadiopoli: sveglia Cobolli!

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venerdì 3 aprile 2009

Morattomics


Milano, 5 Maggio 2012: i Grandi della Terra riuniti per l’ennesima volta, nella speranza di trovare una soluzione ai problemi dell’economia mondiale.
Sfortunatamente ogni possibile soluzione provoca altri problemi collaterali. Fu così che si alzò in piedi uno dei Grandi, Silvius Berlusconis, che propose la chiamata all’augusto consesso dell’unico uomo che, a detta sua, aveva le capacità per risolvere il problema: Maximus Morattus.

Maximus si presentò in compagnia dei due suoi amici di sempre: Tronky e Guidus. Prese la parola e iniziò a elencare le sue soluzioni:

- Sia creata una moneta unica mondiale – disse – la chiameremo l’Onestus. Sarà l’unico modo per avere pace e amicizia tra i Popoli.

- Se le banche, nonostante gli infiniti aiuti continuano ad essere fallite, bene, vuol dire che è sbagliato il modo in cui si scrivono i bilanci. Cambiamolo! Abbiamo qui il mio amico giurista Guidus che scriverà un parere pro veritate che dimostra come se un azienda fallisce
non è sbagliata la gestione dell’azienda, ma è sbagliato il modo in cui si scrivono i bilanci!

- Gli Stati a forza di aiutare le banche hanno i bilanci in dissesto? E che ci vuole? Basta vendere la bandiera alla propria banca centrale che in cambio stampa tutta la moneta di cui abbiamo bisogno. Del resto, tanti anni fa io feci qualcosa del genere con una mia azienda.

- Il Pil diminuisce? Fesserie. basta cambiare le regole con le quali si calcola il Prodotto Interno Lordo. Alla fine dell’equazione basta moltiplicare per 10 il risultato. Il problema è risolto e il Pil cresce di nuovo. Si noti – aggiunse – che la cosa può essere applicata tranquillamente anche in altri campi: se i vostri treni sfrecciano alla velocità massima di 200 km/h e volete aumentare la velocità, basta modificare il sistema metrico decimale dividendo tutto per due. Il nuovo km saranno i vecchi 500 metri e così i vostri treni sfrecceranno a 400 km/h (del nuovo conio).

A questo punto, definitivamente convinti, i Grandi della Terra gli proposero la carica di Governatore della nuova banca centrale: l’Internazionale.

Morattus ringraziò e pose due condizioni per accettare l’incarico. Primo, dall’insieme dei numeri reali venga cancellato il numero 29. Secondo, da tutti i vocabolari, in particolare quelli di latino, venga cancellata la parola “gioventù”.

I Grandi, sebbene non comprendessero le condizioni, le accettarono di buon grado.
Fù così che il mondo si avvio verso una nuova alba di prosperità: nasceva la Morattomics.

Nel frattempo l’ultimo dei dissidenti – Dominius – si nascondeva nella città di Taurus dove poteva, ogni tanto, ammirare le vestigia dei bei tempi passati. Ma la polizia non disperava di catturarlo per poterlo sottoporre al corso di rieducazione intensiva, il Facchettus. Due le materie da assimilare: la Nuova Storia del Calcio Mondiale (NSCM) scritta da Palumbus e un corso di Morattomics di base.

(Questa piccola storiella del tutto innocente è dedicata al nostro insostituibile responsabile delle relazioni esterne e redattore, Dominiobianconero)

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giovedì 2 aprile 2009

Pro Patria

Mentre i presidenti di Lega continuano a litigare per la spartizione del miliardo di euro (per ora solo di cartone) relativo ai diritti TV, la prima società professionistica si avvia mestamente verso il fallimento.
La società è la Pro Patria, attualmente in testa al girone A della ex C1. Dunque facile prevedere che questo campionato sarà falsato.
Un modo come un altro per far disamorare i tifosi.

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giovedì 19 marzo 2009

Svincolati e vincoli di bilancio

Ai tifosi della Juventus che sognano una campagna acquisti fantasmagorica, fatta di grandi acquisti come Ribery, Diego e fuoriclasse assortiti segnaliamo questo articolo.
Molto probabilmente, visti i vincoli di bilancio della Juventus, alcuni acquisti saranno tra i giocatori svincolati (i cosiddetti acquisti a "parametro 0").
Però, cari tifosi, non deprimetevi. Non sappiamo se per fortuna o per bravura della dirigenza, ma gli svincolati acquistati negli ultimi due anni hanno deluso meno rispetto a certi acquisti come Tiago, Almiron e Andrade.
Forse, almeno in questo particolare settore abbiamo una dirigenza preparata.
Chi si accontenta gode!

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mercoledì 18 marzo 2009

L'Eden che non c'è


Galliani dichiara oggi che ci dobbiamo aspettare "un mercato estivo esilissimo, esangue, con scambi di giocatori ma con pochissimo movimento di denaro, a parte poche società".

Insomma, si attesta che molte società sono in bolletta. Peccato che molti giornalisti e soprattutto molti presidenti continuino a rilasciare dichiarazioni ottimistiche dove si fantastica di diritti televisivi venduti a un miliardo di euro l'anno e di costruzione di nuovi stadi (quelli per il vero forse sì... ma solo se paga lo Stato, crediamo noi).

Si sta avvicinando l'ora della verità. Ora lo ammette anche Galliani.

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venerdì 6 marzo 2009

Tutto rimane uguale, tutto sta cambiando


Fumata nera per l'elezione del presidente della Lega Calcio. Probabilmente gli esperti di "politica pallonara" vi racconteranno che l'eterno Gattopardo ha vinto ancora. In altre parole, da buon democristiano, Matarrese non riescendo a farsi rieleggere è riuscito a far slittare le elezioni per guadagnar tempo e quindi anche voti.

Noi non siamo d'accordo, non crediamo che questo nulla di fatto sia l'ennesima vittoria del Gattopardo, piuttosto abbiamo il sospetto che i presidenti delle società non abbiano deciso per il semplice fatto che stavolta sta cambiando tutto. Obtorto collo.

Basta leggere la cronaca di Antonello Capone (Gazzetta) che ci racconta di presidenti nervosi, Galliani per esempio rimprovera Matarrese come se fosse uno scolaretto alle prime armi. Il loro nervosismo secondo noi è dovuto alla crisi che incombe, il Valencia, per dire, è in bolletta ed è costretto a vendere i suoi gioielli e a rinviare la costruzione del nuovo stadio.
Ma anche in Italia sta iniziando a sentirsi qualche sinistro scricchiolio, la Fininvest, vi abbiamo già detto, ha intimato il taglio degli ingaggi al Milan. Inoltre, siamo convinti che in Italia non vi è più nessuna banca disposta ad assecondare operazioni discutibilissime (non per la Covisoc) come
la "vendita del marchio a se stessi". Insomma, guai grossi.
E un po' come l'ultimo Hitler che spostava armate tedesche esistenti solo sulla carta, i nostri presidenti si trastullano con la spartizione di un ipotetico miliardo dai diritti televisivi, soldi, va detto, che nessuno sa se verranno incassati veramente.

In tempo di crisi, come vedete, tutto cambia. Anche se si vuol far credere che in realtà nulla sia cambiato.

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giovedì 5 marzo 2009

Risparmiare. O no?

Pare che dai piani alti della Fininvest sia partito l'ordine di risparmiare: c'è la crisi e il Milan deve limitare il passivo di bilancio, ai giocatori bisogna ridurre gli stipendi del 30% (80-85 milioni invece di 120, scrive la Gazzetta).

L'intenzione ci sembra giusta, vedremo come sarà messa in pratica e se altri ricconi presidenti decideranno la stessa cosa. Certo è che le quattro società più importanti di fronte alla crisi generale si trovano in situazioni differenti: al Milan pare che l'ordine di risparmiare arrivi da Marina Berlusconi che ci tiene al bilancio della Finivest; la Roma ha una amministrazione controllata amorevolmente da Unicredit, ci sono dei gran debiti ma il bilancio (dicono) va bene; la Juve chiude in pareggio per davvero, spende tanto di ingaggi ma il bilancio non è drogato e i parametri sono a posto; dei parametri non s'è mai preoccupata l'Inter di Moratti che fa 100, e qualche volta anche di più, milioni di perdite all'anno.

Adesso ci sarebbe da chiedersi: cosa succederà con la crisi in atto? Quale società è più attrezzata per superarla meglio?


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venerdì 30 gennaio 2009

Cittadini e juventini

Da qualche giorno sulla stampa si parla molto di Fiat: notizie pessime. Pare che il mercato delle automobili subirà una forte contrazione e che anche la Fiat, quindi, subirà forti ripercussioni.
Tanto è vero che un banchiere ha dichiarato che si sta organizzando un grosso prestito perché "Fiat ha bisogno di contanti a breve per le attività operative". Sì, la Fiat ha bisogno di soldi per pagare gli stipendi, per comprare i "semilavorati" ecc.
Non è una bella situazione, tanto è vero che anche il governo ha deciso, sempre secondo la stampa, di dare degli aiuti all'industria automobilistica nazionale.

Come cittadini, ci pare corretto che venga aiutata dallo Stato un'industria nazionale che garantisce centinaia di migliaia di posti di lavoro, ma a condizione che anche gli azionisti mettano mano al portafoglio.
In caso contrario, che libero mercato sarebbe quello che negli anni di "vacche grasse" garantisce utili solo agli azionisti mentre negli anni di "vacche magre" accolla le perdite a tutta la comunità?

Gli azionisti di maggioranza della Fiat potrebbero, per esempio, fare cassa da immettere nella Fiat cedendo la Juventus.
Se si arrivasse a questa conclusione noi saremmo doppiamente contenti: come cittadini non saremmo costretti a pagare da soli la crisi del mercato automobilistico, e come Juventini, finalmente, non vedremmo più la Juventus in mano a persone che hanno operato in maniera molto discutibile.

Per una volta urliamo: forza Agnelli, un po' di coraggio!

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domenica 18 gennaio 2009

Manna from heaven

(Thanks to Nick Pisa, www.telegraph.co.uk, Link all'articolo)

Anche se il Milan è considerato come il club più ricco in Italia e il sesto più ricco del mondo, con un patrimonio di 275 milioni di euro, l’ultimo bilancio certifica una perdita di 31,7 milioni di euro.

Così, con i 105 milioni derivanti dalla cessione di Kakà si rimetterebbero in equilibrio i conti permettendo al Milan di lanciarsi nella caccia a 3 obbiettivi primari di mercato, tra i quali Didier Drogba del Chelsea e Emmanuel Adebayor dell’Arsenal.

La reazione dei media italiani alla notizia, giovedì, è stata quella di sottolineare che grazie al trasferimento del giocatore il Milan risparmierebbe 36 milioni di euro dovuti per il rispetto del contratto in essere fino al 2013.

Fonti interne informano che Marina Berlusconi, figlia di Silvio, e presidentessa della Holding finanziaria “familiare” Fininvest, è restia a coprire ulteriori eventuali perdite del club attraverso la Holding di famiglia. Ricordiamo che Fininvest ha un patrimonio di oltre 5 miliardi di euro ed è la Holding di controllo del Milan.

Una fonte anonima del club ha dichiarato: "Fininvest ha chiarito che non intende spendere danaro per sostenere il Milan visto che l’attuale clima di austerità e tagli riguarda tutto il mondo. Vendere Kakà permetterà di risparmiare i dovuti 36 milioni di euro per il rispetto del contratto. Questo spiega perché la Fininvest è decisa, sebbene Kakà non lo sia ancora".

Nel 2006 il Milan ha firmato un contratto di sponsorizzazione, quadriennale, con la società di scommesse Win, del valore di 60 milioni di euro, valore doppio rispetto a quello precedente con la società automobilistica Opel. Inoltre vi è un contratto di sponsorizzazione tecnica con la Adidas ed altri contratti minori con una banca e con la Pepsi. Ma tutto ciò appare pallido e insignificante rispetto a quanto offerto dal proprietario del City, lo sceicco miliardario Mansour bin Zayed Al Nahyan, e che potrebbe portare all’approdo di Kakà in Premier League.

Le cronache di ieri sera, in Italia, spiegavano che se si concretizzerà l’affare, il Milan potrebbe usare il danaro incamerato per l’acquisto del difensore francese della Roma Philippe Mexes, oltre a Drogba e Adebayor.

Giovedì i media italiani annunciavano l’offerta come il "trasferimento del secolo", ma comunque sottolineavano come il giocatore voglia rimanere al Milan, sebbene quest'ultimo abbia anche dichiarato che "Molte cose però possono accadere in futuro".

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