giovedì 11 febbraio 2010

Politica laziale


Lo scrivevamo giusto pochi giorni fa: le squadre romane godono di un trattamento speciale rispetto a tutte le altre. Trattamento politico, verrebbe da dire. Del resto Roma non è "a' Capitale"?

La traballante posizione in classifica della Lazio e i mugugni degli elettori-tifosi hanno immediatamente fatto scattare il campanello di allarme nei palazzi romani. Si sprecano le grida di dolore da destra (Gianni Alemanno, sindaco di Roma) e da sinistra (Montini, vice presidente della Regione Lazio).
Il fatto curioso è che da entrambe le parti si fa la premessa che la politica non deve occuparsi di calcio, premessa che ricorda il famoso proverbio della gallina che ha fatto l'uovo per prima.
Poi i politici si lanciano nei soliti peana su Roma che non merita "una squadra in tilt", e le solite promesse di aiuto.
Come se fino ad ora di aiuto le squadre romane ne abbiano avuto poco. Nessuno si è dimenticato dei contributi previdenziali evasi dalla Lazio (gestione Cragnotti), che lo Stato ha accettato di ricevere in comode rate ventennali. Nessuno si è dimenticato dei debiti della Roma con Unicredit, e dei costanti interessamenti di illustri tifosi da destra e manca per il salvataggio della società.
Verrebbe da pensare che qualche pressione politica sia arrivata anche quando qualcuno fu colto con i regali per gli arbitri tra le mani (leggi Rolex in oro). In quel caso tutti d'accordo: semplici cadeaux, solo romano buon cuore.
Certo poi ci sarebbero altri, brutti, sporchi e cattivi, sotto processo per aver fondato una associazione a delinquere simile alla mafia e alla P2, che regalava all'arbitro la maglietta di Kapò (vedi vignetta). Ma si sa, se a Torino regalano una maglietta si tratta di tentativo di corruzione, se a Roma regalano Rolex in oro si tratta di buon cuore. E poi Roma, Caput Mundi, è come la moglie di Cesare; senza passato, e al di sopra di ogni sospetto.

Una situazione grottesca e tristissima, tanto più in questo periodo storico dove l'Italia è piena di fabbriche occupate da operai in rivolta per un posto di lavoro (e una vita) che sfugge via.
Ma i politici (di destra, centro e sinistra) hanno altro a cui pensare. Forse perché nella Capitale le fabbriche non esistono. Loro sono "a' Capitale", e hanno i Ministeri.
Chissà che per svegliare questi politici non sia necessario arrivare al default dello Stato. A quel punto i ministeriali senza stipendio saliranno sui tetti dei ministeri. Naturalmente armati di sciarpetta della Maggica o del Piovarolo al collo. Auguri.

Drago di Cheb

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mercoledì 3 febbraio 2010

Azionariato popolare a Roma?


E' di oggi un articolo del Sole 24 Ore che illustra (in modo un po' confusionario, a dire il vero) un presunto progetto di azionariato popolare per la AS Roma in forte crisi finanziaria.
Pare che degli studi professionali stiano selezionando 83 (come gli anni della società) tifosi Vip disposti ad entrare nella compagine azionaria. Questi azionisti, non si sa bene come, sarebbero una specie di testa di ponte in attesa delle sottoscrizioni dei tifosi. Quegli stessi tifosi che, fino a qualche mese fa, invitavano rumorosamente, con massiccio (e non sanzionato) utilizzo di bombe carta, la Sensi ad andarsene e adesso dovrebbero mettere dei soldi per consentirle di pagare i debiti e prendersi lo "stipendio" di più di un milione all'anno.
Non pare chiarissimo come la cosa si coniughi con gli interessi della famiglia Sensi, con quelli del creditore Unicredit e con le ambizioni dell'imprenditore Angelini, che vorrebbe rilevare la società.
La famiglia Sensi darà mai il proprio nulla osta ad un eventuale aumento di capitale per far entrare gli ingombranti 83 tifosi Vip?
Oppure questi devono acquistare le azioni sul mercato e fare successivamente pressione sui Sensi per arrivare a quell'aumento di capitale che, sottoscritto dai tifosi, trasformerebbe la Roma in una public company? Insomma, grazie al loro potere porrebbero in essere l'eterna regola italiana per la quale "le azioni si pesano e non si contano"?
Ci auguriamo che non sia così.
Anche perché tra i tifosi Vip in questione l'occhio ci è caduto su un tifoso veramente particolare. Non un industriale, un cantante o un ricchissimo ex dirigente aziendale in pensione, ma un politico.
Ma mica un peone del Parlamento. Si tratta di un nome eccellentissimo. Ex Presidente del Consiglio, ed ex Ministro degli Esteri, nonché leader maximo di uno dei partiti numericamente più importanti in Parlamento. Sì, proprio quel Massimo D'Alema eccellentissimo Ministro del Governo in carica all'epoca di Farsopoli. Governo che, ricorderete, scelse come Commissario della Figc quel Guido Rossi in palese conflitto d'interesse visti i suoi trascorsi interisti.
Caro D'Alema, usi il potere conferitole dal popolo che l'ha votata per cercare di risolvere i problemi degli italiani. Non si occupi di calcio, e non prenda le parti di una squadra, magari a discapito di altri.
E' molto meglio, si fidi.

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mercoledì 11 novembre 2009

Da Mezzaroma a Tuttaroma

La situazione della Roma ci viene descritta come disperata. Meglio ancora, ad essere disperata dovrebbe essere la situazione della famiglia Sensi, oberata di oltre 330 milioni di euro di debiti nei confronti di Unicredit. Sia chiaro, molti di questi debiti hanno origine negli anni ruggenti della gestione allegra della Roma da parte di Sensi padre, evidentemente ben coadiuvato da Franco Baldini.
Poi, questi debiti sono stati spostati con apposite alchimie finanziarie alle società (Roma 2000 e Italpetroli) a monte di AS Roma. L'obiettivo apparve chiaro fin dal primo momento: consentire all'asset più prezioso del gruppo Sensi di iscriversi al campionato di calcio, iscrizione altrimenti preclusa viste le regole sui bilanci.
Tutto questo armeggiare è senz'altro stato utile per guadagnar tempo in attesa di tempi migliori. Sfortuna ha voluto che i tempi migliori non siano arrivati, nonostante la retrocessione della Juve abbia dato una bella mano grazie alle qualificazioni in Champions.
E ora tutte le contraddizioni della strategia escono a galla: Unicredit ha addirittura iniziato a requisire gli alberghi dei Sensi, e addirittura tratta con la famiglia per arrivare alla vendita della Roma. Evidentemente l'unico modo per abbattere il debito.

E qui però deve esserci qualche problema: secondo il Corriere dello Sport, Unicredit spingerebbe per la vendita all'imprenditore farmaceutico romano Angelini, coadiuvato dall'immobiliarista Mezzaroma.
Fosse vera questa ipotesi, la cosa sarebbe straordinaria: Mezzaroma è anche socio (oltre che cognato) di Lotito nella società S.S Lazio S.p.A. Sì, avete capito benissimo, rischieremmo di avere un soggetto socio di ambedue le squadre romane. Con buona pace dei paroloni sul conflitto di interessi (che evidentemente vale solo tra Moggi e suo figlio), e una pernacchia alle rivalità cittadine.

Un calcio sempre più sommerso da infinite contraddizioni. E Petrucci e Abete dormono il sonno del giusto, probabilmente in attesa delle grandi abbuffate dell'Olimpiade 2020 o dell'Europeo 2016.

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martedì 10 novembre 2009

I debiti? Eccola, la vergogna dei debiti!

Siamo stati forse l'unico "giornale" che ha scavato nella polemica di Paolillo e dell'Inter nei confronti di Platini, che parlava di troppi debiti: abbiamo messo in guardia i lettori contro i sofismi di Paolillo, poi abbiamo ricordato le sue prodezze contabili, e infine abbiamo ricordato di quali debiti si parli quando c'è di mezzo la normativa Covisoc sulle iscrizioni al campionato e alla Champions, e sui parametri da rispettare.

Oggi ci piace segnalare, chiudendo la questione (almeno per ora), il bell'articolo di Gianni Dragoni sul Sole 24 Ore dell'8 novembre, che dice un po' di cose: che i debiti dell'Inter, quelli che vanno a finire nei parametri Covisoc, ammontano al giugno 2009 a 431,55 milioni e sono in aumento rispetto ai 395 milioni di un anno prima; che non è vero che l'Inter non abbia debiti con le banche, ce li ha direttamente l'Inter (48,3 milioni), e ce li ha la controllata Inter Brand, che nel 2006 ha fatto un mutuo (120 milioni) con Antonveneta per la compravendita del marchio, come abbiamo scritto anche noi più volte sul blog; i guai dell'Inter, osserva Dragoni, non sono solo i debiti e i buchi di bilancio, il guaio grosso è che il patrimonio netto è sempre negativo, cioè ogni anno per mettere a posto i conti Paolillo brucia tutte le risorse disponibili (capitale e riserve) e si ricomincia daccapo.

Platini vuole che questo non debba più succedere. Ma qui la questione non è Platini sì oppure Platini no, il fatto è che dopo la legge Bosman, quando si è cercato di regolamentare le società di calcio, fior di super-esperti e giuristi di grido hanno partorito la normativa a cui bisogna sottostare per iscriversi al campionato e alla Champions: in base a tali norme, ogni tre mesi le società sono passate ai raggi X dalla Covisoc (e per conoscenza anche dal Coni); ed esse vietano espressamente che si possa creare una situazione come quella dell'Inter.

La questione, semplice semplice, è quindi quella che abbiamo posto tante altre volte: la normativa non viene rispettata, ci sono gli ispettori della Covisoc, c'è la Procura Federale, c'è il Coni, ma del rispetto della normativa non c'è traccia. A questo punto nel lettore meno smaliziato può nascere un dubbio, il dubbio se siano troppo furbi i dirigenti alla Paolillo oppure siano troppo "stupidi" quelli che devono controllare e comminare le sanzioni.

Premesso che siamo sicuri che Platini non è uno stupido (adesso deve fare il "politico", ma stupido non lo è mai stato), ricordato che Carraro ha a suo tempo dichiarato che in Figc si sapeva che i bilanci erano irregolari, e che le società andavano penalizzate, raccomandando infine di riflettere sul caso della Roma con Unicredit, costretta a chiedere dei pignoramenti, il nostro dubbio è un altro.

Il nostro dubbio è che ci sia stata connivenza tra controllori e controllati inadempienti con la complicità della stampa che, dopo Calciopoli, e a dispetto delle dichiarazioni di facciata sul calcio pulito, questa connivenza e complicità siano degenerate e che, sotto questo profilo, il sistema calcio e il suo regolare funzionamento siano stati profondamente minati alla radice.

In base a questa ipotesi, suffragata da tanti articoli del nostro sito sui bilanci e non solo, parecchie società, tanti dirigenti, molti funzionari e quasi tutti i giornalisti delle redazioni sportive non dovrebbero solo vergognarsi per i debiti, come dice Platini; dovrebbero vergognarsi e basta.

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venerdì 6 novembre 2009

Debiti? quali debiti?

Quando Platini ha parlato della vergogna dei debiti delle squadre inglesi, il segretario della Football Association ha convocato una conferenza stampa ed ha elencato i debiti della Premier, società per società (la Gazzetta dello Sport del 9 ottobre 2009 ci ha dedicato una paginata); aspettando la conferenza di Beretta (ancora non sarà sufficientemente preparato?), ricordiamo cosa era venuto fuori in Inghilterra.

Era venuto fuori che qualche società i debiti ce li aveva col proprietario (700 milioni del Chelsea con Abramovich), che molte società avevano fatto il mutuo per lo stadio, che in qualche caso era roba da ingegneria finanziaria relativa all'acquisto della società (il caso del Manchester United); c'erano, cioè, situazioni diverse in un contesto complessivo non allarmante, perché in generale la gestione ordinaria non presentava problemi, e parecchie società chiudevano in utile. C'è stato un bel dibattito in Inghilterra, e alla fine la F.A. ha deciso addirittura di anticipare i tempi rispetto all'ipotesi Uefa del fair play finanziario: Platini lo ipotizza fra tre anni, gli inglesi alcune misure che vanno nella stessa direzione le adotteranno fin da subito.

Londra non è Roma, e da noi non è successo niente. Per essere precisi, anzi, è successo che Petrucci, Abete e Matarrese hanno detto che da noi tutto era a posto, la Gazzetta non ha pubblicato nessuna tabella, il Corsera ha continuato a scrivere che Moratti sana i passivi di bilancio, e un sottosegretario davanti agli esperti dell'Uefa ha dichiarato che come fa i controlli la Covisoc in Italia non li fa nessuno (!!!).

Barzellette da far ridere mezza Europa, e situazione che si può riassumere oggi nel melodramma della Roma. Mentre Unicredit sta mandando gli ufficiali giudiziari a pignorare i beni della famiglia Sensi per recuperare i 330 milioni ancora da esigere sui debiti contratti per arrivare allo scudetto, la società giallorossa, quando fa i comunicati di bilancio, continua a parlare di gestione risanata e i giornali scrivono che la A.S. Roma non ha debiti con le banche. Si dimenticano, i giornali, di scrivere che sopra la Roma c'è Roma 2000, e sopra ancora Italpetroli, che di sotto c'è la società proprietaria del marchio della "maggica" e un'altra che gestisce il patrimonio (?) immobiliare; si dimenticano cioè di guardare se per caso i debiti della Roma non siano appostati da un'altra parte, visto che ci sono e 330 milioni non sono bruscolini.

Ci fosse stato un dibattito anche in Italia, come in Inghilterra, adesso saremmo tutti d'accordo che bisogna leggere non il bilancio della società di calcio, ma quello consolidato, come peraltro è previsto dalla normativa Covisoc; saremmo anche d'accordo, e lo richiede la normativa Uefa per concedere la licenza per la Champions, che quando una società di calcio fa capo ad una scatola cinese che possiede solo quella (è il caso dell'Internazionale Holding del signor Massimo Moratti, che possiede solo l'Internazionale F.C.), bisogna fare il consolidato partendo dalla scatola cinese. Altrimenti, come succede per la A.S. Roma, i debiti ci sono, ma la Covisoc, le gazzette e i corrieri fanno finta di non vederli (mentre l'Uefa li vede per davvero); debiti, per esempio, a carico delle controllate (per il marchio, per qualche leasing immobiliare, per qualche altra operazione di ingegneria finanziaria), oppure debiti fatti dalla scatola cinese per avere risorse da anticipare alla società di calcio, oppure ancora debiti come quelli che il Chelsea s'è scoperto avesse con Abramovich o, più in generale, debiti con terzi di qualunque natura, come previsto dalle Norme Organizzative Interne Federali.

Rispetto al dibattito che non c'è stato, la nostra Associazione s'è portata un po' avanti, anche perché la situazione della nostra serie A era (ed è) molto più grave di quella della Premier inglese, e sul sito c'è un'intera sezione Bilanciopoli dedicata all'argomento. Senza vantarci più di tanto, suggeriamo qualche spunto per quando ci sarà la conferenza stampa di Beretta, oppure per quando la Gazzetta farà la paginata come quella sul calcio inglese, con riferimento in particolare alla disputa dell'Inter con Platini: quanti e quali debiti risultano nel consolidato dell'Inter? La Covisoc, secondo le direttive Uefa, ha consolidato partendo da Internazionale Holding? L'Inter partecipa al campionato e alla Champions pur avendo, come ha scritto il Sole 24 Ore, un patrimonio negativo?

E a proposito di scatole cinesi, poniamo infine con forza un altro interrogativo: come ha sanato Moratti i passivi dal 2006 al 2008? Che ruolo ha avuto Inter Capital per sistemare, solo sulla carta come è stato autorevolmente scritto, quei passivi? Non siamo davanti a quello che un prestigioso professore della Bocconi ha definito come "illecito tollerato" delle società di calcio? E se è così, non deve attivarsi qualche Procura?

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venerdì 23 ottobre 2009

Il Sesto Sensi

Ci prova da tutte le parti Rosella Sensi a dare una parvenza di dignità alla Roma, sia a livello manageriale sia a livello sportivo. Tra la smentita dell'operazione di Totti associata all'incertezza sulla data di rientro del pupo, e la ventilata offerta dell'Arsenal a De Rossi, si inseriscono altre due notizie, di certo non positive.
L'offerta, rifiutata da Boniek, di far parte dell'organico giallorosso in qualità di ambasciatore all'estero senza portafoglio, o forse, con solo il portamonete. Boniek, seppur ringraziando, ha declinato, senza nascondere che avrebbe preferito ricoprire un ruolo ufficiale e magari meglio remunerato. L'unica nota positiva è la riconferma che Zibì continuerà a fare l'assistente sociale di una lupa senza più latte, dichiarando che farà del suo meglio per sostenerla all'estero in vista della probabile prossima nomina di ambasciatore degli Europei polacchi del 2012. Dovesse andar male, continuerà sicuramente a tener bordone alla Sensi facendo il bello di notte in qualche trasmissione televisiva.

La seconda notizia sarebbe il tentativo di monetizzare al massimo vendendo i depositi di gas a Civitavecchia e Vibo Valentia. La Sensi vorrebbe racimolare 100 milioni, ma il prezzo di mercato sembrerebbe non superare i 30 milioni secondo le ultime offerte rifiutate.

Unicredit continua a fare il tifo per la Roma, almeno fino a quando non riuscirà a trovare il modo per rientrare dallo scoperto del debito di 400 milioni. Ad ogni buon conto, Unicredit ha fatto emettere decreto ingiuntivo e speriamo vivamente di non vedere in mezzo a qualche partita i Carabinieri che entrano in campo e sequestrano Totti per conto di Profumo.

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giovedì 15 ottobre 2009

Il sapore del ricatto

Franco Bechis su Libero ci regala un bel pezzo sui retroscena della querelle Sensi-Unicredit. Ultima puntata della saga è, a detta di Bechis, il tentativo da parte di Rosella Sensi di convocare una nuova assemblea degli azionisti di Italpetroli, al fine di nominare un nuovo CdA che escluda il "mastino" di Unicredit: Roberto Cappelli.
Pare che alla banca milanese non abbiano per nulla gradito la manovra, e hanno risposto con la richiesta di pignoramento degli immobili di Italpetroli e di altra società collegata al gruppo.
Non c'è che dire, un bell'ambientino, dove la leale collaborazione tra soci viene prima di tutto.

Ma la cosa che più ci ha colpito dell'articolo non è la narrazione di queste scene di guerriglia societaria, bensì il racconto del Bechis relativo alla mancata vendita delle attività petrolifere del gruppo. Pare che sul tavolo ci fossero tre offerte rifiutate dalla famiglia Sensi. Alle rimostranze del socio-creditore per la mancata vendita, esponenti legati alla famiglia Sensi, secondo l'articolo, hanno così risposto: "Volete mettere in difficoltà la Roma? Bisogna andarci con i piedi di piombo, perché la piazza dei tifosi della capitale è molto sensibile".
L'affermazione, se vera, ha il sapore, indubbiamente, di un ricatto. Evocare e sottointendere a possibili scontri di bande di scalmanati non è una bella cosa (per tenerci sul moderato).

Appare sempre più evidente che Unicredit sia impelagata in un buco nero dove si intrecciano, in un groviglio inestricabile, (s)ragioni di ordine politico e di ordine pubblico, che impediscono il raggiungimento del sacrosanto fine del creditore: il recupero delle somme prestate.

Ci viene un po' da pensare al famoso sentimento popolare di Sandulliana memoria: cosa sarebbe successo qualora la Covisoc, negli anni passati, avesse bloccato Sensi padre impedendogli lo sperpero che ha originato il buco nero?
Cosa sarebbe successo se si fossero prese le giuste e previste (dal codice) decisioni sullo scandalo dei passaporti falsi che coinvolse anche la Roma?
Cosa sarebbe successo qualora la Juventus fosse stata assolta (come giusto, per Bacco!) nello scandalo di Calciopoli?
C'è qualcuno che soffia sul sentimento popolare?

Noi, nel dubbio sposteremmo la sede della FIGC via da Roma. Non è manco originale come cosa. Già gli imperatori, quando l'aria diventò mefitica, se ne andarono a Ravenna.

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martedì 22 settembre 2009

Il fair play di Blanc

Piuttosto che star dietro a calamari e acciughe ieri Blanc (l'anti-Mou, per dirla come Tuttosport) ha parlato di rispetto e di fair play finanziario. Non mancherà occasione per tornare a confrontare lo stile Juve (che parla di rispetto) con le mourinate dell'Inter (Cellino sulla Gazzetta dice che si tratta di buffonate), vale intanto la pena di seguire il ragionamento di Blanc sul fair play finanziario.

Secondo Blanc, riprendendo Tuttosport, "la Lega potrebbe tutelare meglio le squadre italiane dedicando maggiore attenzione alle nuove regole del fair play finanziario. Considerando la direzione nella quale sta andando l'Uefa, sarebbe un buon modo di fare l'interesse dei club italiani".

Sarà un caso, ma in questi giorni la Football Association ha fatto proprio quello che dice Blanc, ha già fissato nuove regole e parametri che le società devono rispettare; così, quando andrà in vigore la normativa Uefa, le squadre inglesi saranno già sulla strada giusta, quella di bilanci più regolari e sostenibili (sostenibili ai loro livelli, che sono superiori ai nostri).

Sono due allora le considerazioni che si possono fare: la prima è che Blanc ha ragione, la seconda è che anche la Figc dovrebbe fare qualcosa prima che scoppino altri casini come quello della Roma, che non riesce a sdebitarsi con Unicredit.

Aver ragione, però, vuol dire tanto e potrebbe non significare niente, se non sarà proprio la Juve a smuovere l'attenzione sull'argomento; nelle parole di Blanc c'è troppo fair play, da Torino potrebbe, anzi dovrebbe partire una forte campagna di sensibilizzazione sul tema dei bilanci, con delle proposte da portare poi a Roma, in Figc. Sarebbe bello vedere se Abete è d'accordo, sarebbe bello vedere quali società sono contrarie.

Lasciando stare, come sta facendo, calamari e acciughe, sarebbe bello se Blanc e la Juve costringessero gli addetti ai lavori a ingoiare il rospo della regolarità dei bilanci. A suo tempo Carraro ha dichiarato che non erano regolari, ma che gli illeciti non venivano sanzionati per non urtare i tifosi; perché la Juve non chiede pubblicamente che si discuta oggi dell'argomento?

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domenica 13 settembre 2009

Stadiopoli romana

Continua la saga delle società romane: in questi giorni verrà presentato il progetto per il nuovo stadio della Roma. Non si capisce come una società in grandi difficoltà economiche possa fare un investimento così importante. Dove prenderanno i soldi?
Alcune indiscrezioni non confermate ipotizzano una realizzazione in "project financing". Ovvero qualcuno ci mette i soldi, però per un numero congruo di anni avrà modo di sfruttare gli spazi commerciali dell'impianto, così da poter rientrare dell'investimento.
Da notare che la società che si accollerà le spese di realizzazione molto probabilmente dovrà ricorrere alle banche per reperire la liquidità necessaria. E qui forse vi è qualche problema, visto che Unicredit da un lato continua a trattare con l'imprenditore Angelini la cessione della società, e dall'altro non parrebbe intenzionata a concedere ai Sensi la ristrutturazione del debito necessaria per imbarcarsi in un progetto così impegnativo.
Forse, chissà, hanno paura di ritrovarsi esposti in maniera ancora più pesante verso la Roma, o forse ritengono, in questa epoca, troppo rischioso impegnarsi in un progetto nel settore commercial real estate.
Sul versante Lazio, la situazione appare addirittura ancora più ingarbugliata: Lotito vorrebbe costruire più che uno stadio una città satellite, per un costo complessivo di ottocento milioni di euro. Una cifra mostruosa. Pare, secondo la stampa, che il sindaco da un anno non dia risposta, forse spaventato da quella che sembrerebbe un'enorme speculazione edilizia.

Insomma, più che due stadi (a proposito, l'Olimpico che fine farà?) a Roma rischia di nascere un caso che forse verrà chiamato Stadiopoli.
Noi non diamo nessuna colpa all'imprenditore Sensi e all'imprenditore Lotito che, legittimamente, tentano di tirare l'acqua al loro mulino. Ma riteniamo che tutta questa storia non sarebbe mai nata qualora la Figc avesse fatto il suo lavoro: punire chi non rispetta le norme sui bilanci.
Una brutta storia dalle radici antiche, con troppi responsabili che ora fanno finta di nulla!

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domenica 6 settembre 2009

Grazie Roma


Il gran casino che sta succedendo a Roma, con i tifosi che chiedono rumorosamente alla Sensi di andarsene, serve a spiegare meglio di qualunque esperto quali danni abbia procurato e stia procurando il mancato controllo dei bilanci che le norme federali affidano alla Covisoc, chiamando però in causa anche la giustizia sportiva, quando si ha sentore di operazioni fatte con lo scopo di aggirare la normativa.

Il fatto è che la famiglia Sensi, per amore della Roma, ha fatto più di 400 milioni di debiti, ha dovuto vendere gran parte del suo patrimonio e oggi si ritrova con la proprietà del 51% di Italpetroli (la holding di famiglia) che vale meno dei debiti ancora da estinguere con Unicredit.

E' vero che l'amore rende ciechi, ma qui la faccenda grave è che la Covisoc è rimasta muta per anni, e nessun Palazzi s'è degnato di leggere i giornali. La normativa federale vietava di accettare l'iscrizione di società con debiti superiori ad un terzo del fatturato: e allora c'è da chiedersi come ha fatto la Roma a iscriversi, dove erano e sono "nascosti" quei debiti, quali bilanci hanno letto le decine di professionisti che risultano collaboratori Figc per la funzionalità della Covisoc. E il supersceriffo della procura federale, che inibisce il figlio di Moggi perché "ha osato" prendere le commissioni dalle società e non dai giocatori assistiti, da maggio 2006 fino ad oggi non ha mai letto sui giornali la faccenda di questi debiti, non si è mai incuriosito?

Viene da sorridere pensando a Petrucci ed Abete che dichiarano che il nostro calcio va che è una meraviglia, altro che i debiti della Premier inglese; viene da piangere a pensare alle stupidate che i giornali scrivono riguardo ai bilanci; viene da incrociare le dita leggendo che un cartello esposto a Trigoria grida alla Sensi: "Sei così incapace che con 1,1 milioni non ci mangi", sperando che la situazione non degradi ancora.

Tanti, tanti problemi del calcio nostrano si possono capire grazie al caso, anzi al casino, che sta scoppiando a Roma.

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martedì 25 agosto 2009

Romacredit

L'imprenditore farmaceutico Angelini spiega oggi, sul Corriere dello Sport, quello che era il suo piano per acquistare la Roma.

In sostanza Angelini voleva acquistare il 100% della società romana a queste condizioni: 130 milioni di euro per la quota facente capo alla famiglia Sensi, 90 milioni per acquistare le azioni in capo ai piccoli azionisti.

Ovviamente ci vuole poco a capire che la famiglia Sensi a queste cifre non avrebbe mai accettato; avrebbe svenduto il suo più importante asset, e non avrebbe ripagato manco metà del debito verso le banche (Unicredit in particolare).

Ma il colpo di genio, continuando nella lettura, arriva subito dopo. Angelini, infatti, aveva in progetto di cedere successivamente un 40/50% della Roma a un socio. Possibilmente una banca. Possibilmente Unicredit.
Tutto nella miglior tradizione italiana del gioco delle tre carte; banca Unicredit sarebbe uscita (in parte) dalla porta, visto che i Sensi con i 130 milioni ottenuti avrebbero ripagato parte del debito nei confronti della banca.
Ma immediatamente Unicredit sarebbe rientrata dalla finestra nel capitale della Roma, riacquistandone un 50% messo in vendita dal nuovo proprietario Angelini.

Ci sarebbe piaciuto vedere l'espressione del dottor Profumo nel momento in cui il più sfortunato tra i suoi collaboratori gli spiegava la genialata di Angelini. Secondo noi, Unicredit non farà più credito alle società di calcio. Cascasse il mondo. E pure Profumo non dirà mai più di essere un appassionato, meglio darsi all'ippica!

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mercoledì 12 agosto 2009

Beni di famiglia

Forse è un caso o forse no, fatto sta che in una società su quattro della serie A essere proprietari del club vuol dire anche piazzarci dentro qualche famigliare in posti di responsabilità e ben retribuiti; quasi a proteggere un bene di famiglia.
Nel Genoa il figlio di Preziosi, Fabrizio, fa il direttore generale e quando c'è da chiudere una trattativa in giro per il mondo, in particolare in Sud America, si muove solo lui; a Firenze proprietario è Diego Della Valle, ma il presidente lo fa il fratello Andrea; quando lo scorso anno l'industrale Menarini rilevò il Bologna, ci mise come presidente la figlia Francesca, "imitando la Roma" come scrissero i giornali.

La Roma è un caso speciale, perché qui i famigliari sono le tre sorelle Sensi (Rosella, Maria Cristina e Silvia), e tutte e tre siedono su poltrone presidenziali: Rosella su quella della Roma (con un compenso di un milione di euro), Maria Cristina su quella della controllata che ha fatto finta di comprare il marchio, e Silvia su quella di un'altra controllata che gestisce il patrimonio immobiliare della Roma. Così per colpa della Roma la Italpetroli s'è ridotta in braghe di tela e non sa come pagare i debiti a Unicredit; ma, grazie alla Roma, le sorelle Sensi portano a casa uno stipendio annuale non inferiore ai due milioni (grazie Roma!).

A proposito di marchio, Massimo Moratti ha fatto da pioniere, e già a fine 2005 ha costituito la Inter Brand, che ha fatto finta di comprare quello dell'Inter: e a capo chi ci ha messo? Ci ha messo il figlio Angelo Mario (detto Mao) che, secondo alcune voci (e gli articoli di Fabio Monti sul Corsera), sarebbe l'erede designato a succedergli; in questo caso, quindi, ci sarebbe una poltrona di passaggio tanto per fare esperienza, in attesa di quella più importante.

Fino a quando le società di calcio erano senza fini di lucro chi metteva i soldi faceva anche, in generale, il presidente; e la cosa era normale, tant'è che succede anche nei dilettanti. Oggi dovrebbe essere diverso, perché le società sportive possono lucrare, cioè distribuire l'eventuale profitto, e quindi nei ruoli chiave dovrebbero mettere dei manager del settore; utili, invece, non se ne vedono (tranne rarissime eccezioni), ma in compenso si vedono i famigliari, anche tre in un colpo solo, a proteggere i beni di famiglia e magari, nel frattempo, portando a casa un bello stipendio.

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venerdì 10 luglio 2009

Matrioske alla romana

Ennesimo pretendente per la Roma. Non chiedeteci chi è, come al solito nessuno lo sa. L'unico dato certo (si fa per dire!) è che la sua nazionalità è russa. Ce lo spiega il Messaggero in un articolo in cui si narra di questo interessamento come se si trattasse di una spy story. Con tanto di "abboccamenti" e di intermediazioni con altrettanto oscuri rappresentanti della Unicredit. Come al solito siamo nell'indefinito (e forse anche all'indefinibile, almeno in una nazione seria); intermediari oscuri, abboccamenti, strani avvocati, soci inesistenti, soldi che non ci sono e se ci sono non si può dire da dove vengono.

Noi siamo poco inclini a credere che i russi possano essere interessati alla Roma, o perlomeno quei russi che possono chiarire la provenienza del loro denaro. Basti pensare che, causa crisi, il magnate dell'alluminio Daripaska ha visto assottigliarsi per miliardi di euro il proprio patrimonio, ha licenziato e chiuso fabbriche un po' in tutto il mondo (anche in Italia). Non è andata meglio, per quanto ci risulta, a tutti gli altri "oligarchi" nati dalle ceneri dell'economia sovietica. Tanto è vero che l'economia russa boccheggia con almeno un bel -10% di Pil. Quindi, chi potrebbe essere questo imprenditore russo interessato alla Roma in una difficile congiuntura come quella attuale?
Vedremo. Forse.

L'unica cosa certa è che tutti gli enti regolatori della nostra economia di mercato non stanno facendo una bella figura. Come, allo stesso tempo, ne stanno facendo una pessima i nostri giornali (quarto potere? Non scherziamo!), che non si pongono domande e scrivono di "abboccamenti" e di "intermediari russi" come fossero dei novelli Le Carré (con la differenza che quest'ultimo scrive romanzi, mica informa la collettività).

A questo ci siamo ridotti. Per fortuna, al G8 non si è presentato nessun ultrà romanista per regalare una maglia della "maggica" a qualche leader straniero, come accadde meno di un mese fa a Gheddafi durante la sua visita di Stato a Roma.
Questo scempio, almeno, ci è stato risparmiato.

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sabato 27 giugno 2009

Lavatrice AS Roma

"Per poter valutare l'entità di un affare è giusto accertare l'identità degli acquirenti". Il nodo evidenziato dal presidente della Lazio, Lotito, è alla fine giunto al pettine. Proprio sull'identità dei componenti la cordata dello svizzero Vinicio Fioranelli si è infatti bloccata la vicenda della vendita della AS Roma.

Eppure una settimana fa, ossia sabato 20 giugno, l'affare sembrava fatto, almeno a leggere i giornali. La sera prima sia Unicredit (la banca creditrice del gruppo Italpetroli) che Mediobanca (advisor delle Sensi) si erano premurate di informare le redazioni della solidità della cordata Fioranelli.

Da lunedì in poi, invece, uno psicodramma che si è prolungato fino al game over decretato giovedì sera da Geronzi e Italpetroli. Definitivo? Mah.

Per il momento una cosa è chiara: alla domanda posta da Mediobanca sulla provenienza dei capitali che avrebbero dovuto rilevare la quota della Roma in mano alla famiglia Sensi Fioranelli non ha voluto, né potuto, rispondere. Perché quei capitali, o almeno parte di essi, non sono "tracciabili", sono di provenienza off shore. Sono parcheggiati in qualche paradiso fiscale, insomma. E ovviamente i loro titolari non hanno alcuna voglia di venire allo scoperto.

Non è la prima volta probabilmente che un club calcistico viene trattato alla stregua di una lavatrice. Un luogo dove far confluire soldi dall’estero, da ripulire senza il fastidioso ingombro delle tasse, alla faccia di Tremonti e dello scudo fiscale. Non ci scandalizziamo più di tanto, perché di fondi neri ne sono circolati tanti tra le pieghe dei bilanci. Anche se stavolta il caso è un po' diverso, sia perché si tratta di una società quotata sia per l'entità dell'investimento (300 milioni per l'opa totalitaria). Certe volte la quantità fa la qualità.

Piuttosto, bisogna prendere atto di una conferma: ancora una volta il calcio si rivela uno strumento a disposizione di qualche finanziere per i propri affari ai confini del lecito, se non oltre. Lo spettacolo più amato dagli italiani, come al solito, è un mezzo mai un fine.

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lunedì 22 giugno 2009

La norma e i pagliacci

Fulvio Bianchi si chiede se Berlusconi potrà trovare un alleato in Platini nella battaglia contro gli acquisti megagalattici e le spese folli del calcio, però sembra dubitarne quando scrive "Non dimentichiamo, comunque, che al momento le norme di ammissione al campionato sono più rigide delle licenze Uefa".

A nostro avviso la riflessione di Bianchi va rivista e completata: la normativa sarebbe rigida se venisse fatta applicare. Il fatto è che le Norme Federali prevedono bilanci sani e corretti e soldi veri (non trucchi di bilancio) per sanare i passivi annuali; il Codice di Giustizia Sportiva arriva a ipotizzare anche la serie B per chi fa il furbo (articolo 8.2); ai trucchi, però, hanno fatto ricorso quasi tutti, e l'Inter li ha adoperati praticamente tutti, ma in B non è andato nessuno.

Questo perché è vero che c'è la norma ma, la stampa non lo dice ma è così, è anche vero che in giro ci sono tanti pagliacci.

Si spiegano così le finte compravendite del marchio (anche di padre in figlio), scorpori e rivalutazioni di rami d'azienda, lease-back immobiliari, holding sub-holding e finte fusioni; si spiega così perché i bilanci tutto sono tranne che sani e corretti, si spiega così perché un professore della Bocconi parla di illeciti tollerati e nessuno apre bocca.

Nessuno apre bocca perché il carrozzone del calcio è pieno di pagliacci. Non interviene il Coni che dovrebbe fare da garante supremo, non interviene la Federazione perché secondo Abete i problemi ce li hanno in Spagna e Inghilterra, non interviene la Covisoc che ha come presidente un dirigente del gruppo Unicredit che di gatte da pelare ne ha già abbastanza, non interviene il superprocuratore Palazzi perché è ancora impegnato con le sentenze su Moggi e il figlio di Moggi. Nessuno apre bocca e le gazzette e i corrieri non vedono, non sentono e non scrivono una parola.

Così la norma resta lì inapplicata e il carrozzone va avanti con le sue pagliacciate.

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domenica 21 giugno 2009

Da Nizza a Roma...

Ieri vi abbiamo riferito della dichiarazione di Lotito nella quale, sotto sotto, si insinua un dubbio sulla trasparenza della cordata che dovrebbe acquisire la Roma.
Senza voler fare moralismo d'accatto o le speculazioni che in passato tanto son piaciute ai tifosi romanisti sul caso Moggi, vogliamo proporvi un piccolo stralcio di un libro che racconta come spesso persone non esattamente al di sopra di ogni sospetto siano interessate, per intuibili motivi, alle società di calcio.

Da "Tutto il calcio miliardo per miliardo" di Gianfrancesco Turano, Edizioni Il Saggiatore, a pagina 209, si parla della cessione del Nizza da parte dei Sensi:

Nel 2001 Sensi iniziò ad avere troppi problemi con la Roma e con il Palermo (...) l'imprenditore trattò per uscire e all'inizio del 2002, dopo avere bruciato 25 milioni di euro in Riviera, cedette il club alla società Challenge Associès al prezzo stracciato di 800mila euro. Tra i nuovi proprietari venuti da Marsiglia figuravano alcuni rampolli di famiglie piuttosto note alla polizia locale; per esempio il giovane Robert Cassone, proprietario di una birreria e incensurato ma figlio di Roland Cassone, figura di primo piano del grande banditismo francese. Cassone senior è considerato il boss di Marsiglia dopo l'assassinio di Francis Vanverberghe, "il Belga", re delle slot machine della Riviera e della Capitale.
L'arrivo dei Cassone non è piaciuto al sindaco di Nizza, Jacques Peyrat, ex lepeniano passato al centrodestra rispettabile del Rpr; nel tentativo di bloccare la strada agli invasori, Peyrat ha chiesto un'indagine al procuratore della Repubblics Eric de Montgolfier, paventando le numerose possibilità di riciclaggio offerte da un club calcistico a un'organizzazione criminale. (...)

Ai nostri occhi appare sempre più necessaria una parola chiara su chi siano i soci dell'agente Fifa Fioranelli. Senza offesa e senza insinuazioni.

P.S. Ai tempi dello "scandalo" Gea non ci era stato spiegato come fosse inopportuno che un direttore generale di una società di calcio avesse un figlio che svolgesse attività di agente di calciatori? Se invece vengono a coincidere le figure di proprietario di società di calcio e di agente le cose sono normali? Dov'è, in questa nazione, la "libera stampa"?

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sabato 13 giugno 2009

Foligno capitale d'Italia

Finisce oggi la visita di Gheddafi in Italia. Visita che oggettivamente può essere considerata come storica e dai risvolti geopolitici ed economici non di secondaria importanza.
Ci ha colpito che tra le tante discussioni come l'approvvigionamento di idrocarburi o le complesse architetture finanziarie che hanno portato per esempio il fondo sovrano libico a diventare importante azionista di Unicredit, il ministro Scajola abbia trovato il tempo di perorare la causa della Roma nei confronti di Gheddafi. Chissà cosa avrà pensato il Leader libico nel vedersi in agenda una simile facezia (dal suo punto di vista)?
Non basta, un capo tifoso della Maggicca è riuscito addirittura a consegnare direttamente nelle mani del Colonnello una maglietta della squadra capitolina. Ovviamente, visto l'imponente servizio d'ordine, la cosa è stata organizzata e permessa da chi ha responsabilità politica.
Quello che vien da pensare è che se tutto ciò è stato permesso (a costo di far passare l'Italia come un paese di miseri questuanti e di persone interessate alle cose futili), i politici, evidentemente, considerano la questione Roma come di interesse nazionale, se non addirittura di ordine pubblico. Forse per paura di tumulti qualora i capitolini vadano incontro al sacrosanto e meritatissimo ridimensionamento.

Noi pensiamo che l'Italia meriti di più, anche dal punto di vista dell'immagine che si vuole trasmettere all'estero. Pertanto proponiamo una soluzione già collaudata: si sposti la capitale da Roma come si fece negli ultimi anni dell'Impero d'Occidente. Noi proponiamo Foligno, che oltre ad essere posizionata nel centro geografico della penisola non ha squadre di calcio in serie A o B.
Chissà che questo sia il modo per evitare che alla prossima visita italiana di un sultano petroliere, qualche tifoso laziale (per non essere da meno) si inginocchi e chieda qualche milione per la sua squadra.
Francamente, è un umiliazione che vorremmo risparmiarci.

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mercoledì 1 aprile 2009

Lo tsunami


E' di oggi la notizia che sono fallite le trattative con le banche per la ristrutturazione del debito del Southampton, società della serie B inglese.
La società proprietaria del pacchetto di maggioranza del sodalizio sportivo dichiara che, se a breve non vi sarà una iniezione di capitale, sarà necessario interrompere le attività. In una parola, sarà il fallimento.

Come potete vedere anche il tanto decantato calcio inglese ha i suoi problemi, e non potrebbe essere altrimenti. Va però ricordato che in Inghilterra la situazione è molto migliore rispetto all'Italia. La maggior parte delle società hanno uno stadio di proprietà, inoltre i ricavi sono diversificati: diritti televisivi ma anche biglietti e merchandising.
Inoltre alcune società inglesi, per esempio il Chelsea, hanno come creditore lo stesso proprietario. Va da sè che in questo caso specifico, prima di vedere le loro società in fallimento i proprietari probabilmente provvederanno a trasformare i loro crediti in azioni. Sempre meglio perdere qualcosa che perdere tutto.
Ma nonostante questa realtà che se non è rosea non è neanche nera, anche in Inghilterra molte società rischiano comunque il fallimento.

Intanto in Italia non si riesce ad eleggere il presidente di Lega. Ormai siamo al tutti contro tutti, nessuno si fida di altri e tutti vogliono essere rappresentati in prima persona per paura di non ottenere ciò che si ritiene giusto nella ripartizione dei famosi diritti TV.
A proposito, quanto ci metteranno i nostri eroi a capire che il target di un miliardo di euro annuale per il "quarto calcio d'Europa" per valori tecnici è una pia illusione, tanto più in un mondo in piena recessione?

Forse bisognerà aspettare, anche in Italia, i primi fallimenti, probabilmente di società non bene ammanicate politicamente. Si, avete capito bene, siamo convinti che gli agganci politici siano fondamentali per convincere le banche a non chiudere i cordoni della borsa e ad aspettare pazientemente tempi migliori. In sostanza sarà la politica a decidere chi sopravviverà e chi invece dovrà essere sacrificato. Con buona pace della Covisoc e dei meriti sportivi.
Non siete convinti?
Qualcuno ci sa dire che fine hanno fatto i crediti della Banca Unicredit con le società della famiglia Sensi?

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