venerdì 12 marzo 2010

Dissenteria alla Pinetina

Raiola nuovo procuratore di BalotelliA leggere le polemiche che hanno fatto da contorno alla dissenteria che ha colpito Balotelli sabato sera si direbbe che i mal di pancia alla Pinetina sono più di uno. C'è stata infatti la polemica dell'allenatore, che ci ha tenuto a far capire che smentiva Branca, e poi c'è stata quella del fratello del calciatore, che ha chiesto che Balotelli sia lasciato fuori da beghe di condominio (!); sarà un caso, ma ieri alla Pinetina c'era Moratti in persona che, evidentemente, ha voluto rendersi conto di persona di chi, per dirla terra terra, l'aveva fatta fuori dal vaso.
I soliti casini da Inter, beghe di condominio potrebbe persino risultare un complimento, se non fosse che nel frattempo s'è saputo che il procuratore di Balotelli è Raiola (quello dell'affarone Ibra), e che il calciatore ha una clausola rescissoria di 70 milioni; non solo, come abbiamo tempestivamente segnalato il Corsera già da tempo ha suggerito a Balotelli di trasferirsi in Inghilterra, guarda caso lì c'è Mancini con la squadra dello sceicco (ricco), e gli inglesi non sono razzisti come i tifosi juventini.

A prima vista possono sembrare tessere che non si incastrano (Raiola con lo sceicco, Moratti con la dissenteria, il Corsera con l'Inter), non dimentichiamoci però che il bilancio dell'Inter anche quest'anno andrà risanato, che ci vorranno un centinaio di milioni e che la Saras quest'anno non ha dato dividendo. Ecco, se consideriamo tutto si ricava che questa estate Moratti potrebbe essere costretto a fare un'altra cessione tipo quella di Ibra, e che l'indiziato è proprio Balotelli (l'altro è Maicon, ma si sa che i difensori quotano meno degli attaccanti).

C'è di mezzo l'allenatore portoghese, che a furia di incazzarsi con tutti rischia di far saltare il progetto, e forse è proprio per questo che Moratti è andato a verificare di persona. Perché se il progetto, a furia di farla fuori dal vaso, dovesse davvero saltare allora il mal di pancia potrebbe averlo proprio lui, che deve in qualche modo coprire il buco di bilancio.

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venerdì 5 marzo 2010

Blanc, il fair play, la baguette


In settimana vi abbiamo informato sulla partenza del fair play finanziario varato dall'Uefa, che è stata posticipata al 2015. Vi abbiamo mostrato come il sito juventus.com abbia riportato la notizia in modo errato, sbagliando (?) clamorosamente la data di inizio del nuovo regime.
Ora lo scoop, guardate con attenzione la vignetta: ecco come Blanc è stato gabbato da Paolillo!

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mercoledì 3 marzo 2010

Il topolino della Uefa e il drago dell'economia

E alla fine la montagna della Uefa ha partorito il topolino: le regole sul fair play finanziario proposte da Platini sono state posticipate al 2015. Una grande vittoria per le società spendaccione a debito, che così contano di avere più tempo per mettere in sesto i bilanci, o chissà addirittura di avere un nuovo rinvio all'avvicinarsi del 2015, al peggio, si sa, non c'è mai fine.
Inutile stare a recriminare: le cose sono andate così. Hanno vinto le cicale che possono continuare a cantare per qualche anno, forse.
Diciamo forse, per una ragione ben precisa: la crisi economica potrebbe prendersi la sua rivincita. Senza fare prigionieri.
Non basta, in un'epoca di crisi come questa, scrivere su un pezzo di carta che le regole di amministrazione prudente e oculata possono essere tranquillamente posticipate. Prendiamo per esempio l'Inter, la cicala italiana per antonomasia. La crisi ha colpito pesantemente la Saras, la gallina dalle uova d'oro di Moratti. Quest'anno, visti gli zero euro di dividendo, Moratti darà il solito obolo milionario per coprire le perdite dell'Inter? Noi nutriamo seri dubbi, e di conseguenza probabilmente il posticipo del fair play finanziario sarà inutile. Oculatezza dovrà essere per forza, visto che non lo è per amore.
Medesimo discorso si può fare con le società spagnole. Servirà a qualcosa il passo indietro della Uefa in una nazione in crisi nera, con la disoccupazione al 20%, una crisi immobiliare terrificante e le finanze pubbliche in difficoltà? Noi pensiamo di no e, a riprova di quello che diciamo, ricordiamo che gli sconti fiscali previsti per i lavoratori stranieri, cui le società di calcio hanno attinto a piene mani, sono stati abrogati dal governo. La Uefa dunque può scrivere sulla carta ciò che le pare, nella realtà la crisi economica non fa sconti a nessuno.
Inutile dire che in Inghilterra le cose stanno più o meno allo stesso modo anche se, va detto, a Downing Street non hanno mai nascosto le condizioni delle loro società di calcio e in più di una circostanza hanno chiesto un'amministrazione più oculata.

Ecco, per tutto questo, ci sembra di poter dire che il topolino partorito dall'Uefa sia, oltre che inutile, rosso per la vergogna.

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mercoledì 10 febbraio 2010

Paolillo, il regista dell'Internazionale SpA

Corrieri e gazzette fanno a gara nell'esaltare la corazzata Inter di Mourinho e Moratti, tanto che Repubblica è arrivata (il 3 febbraio) a mettere in bocca al portoghese la voglia di Grande Slam, dimenticandosi che un titolo della stagione in corso è stato assegnato, e l'Inter l'ha fallito. A parte qualche esagerazione, anche sul nostro sito Ju29ro.com abbiamo esaltato la corazzata nero-azzurra sottolineando, però, l'importanza di Ernesto Paolillo, amministratore delegato e regista finanziario della società, il professionista dei bilanci, l'uomo delle plusvalenze.

Non si tratta solo di contro-informazione (avete mai letto su un giornale, a parte il Sole 24 Ore, un commento ai bilanci dell'Inter?) ma di molto di più, perché stiamo parlando dell'ex-direttore generale di una grande banca che, all'improvviso, nel 2004, si dà anima e corpo al calcio; del regista, nel 2005-06, di due grandi operazioni (quella sul marchio e l'altra su Inter Capital) che hanno generato plusvalenze virtuali per poco meno di 400 milioni; del dirigente che ha risposto a Platini che i bilanci dell'Inter sono sportivamente a posto, anche se, secondo il più autorevole quotidiano economico, con quei dati di bilancio non si potrebbe disputare neppure il campionato di Lega Pro.

Dato che l'ufficio stampa dell'Inter ha comunicato tempo addietro che Moratti ci mette di suo 80 milioni l'anno possiamo dire, senza tema di smentite, che negli ultimi quattro anni sono più i soldi inventati a tavolino da Paolillo che quelli veri scuciti da Moratti, ecco perché ribadiamo che il vero protagonista dei successi nero-azzurri (più nero che azzurri) è proprio lui, il regista finanziario sul quale avremo modo di tornare sul sito. Qua, intanto, facciamo due brevi considerazioni, una d'ordine generale e l'altra su un dettaglio operativo.

La prima è che, ogni anno, Paolillo quando si approva il bilancio dichiara pubblicamente che l'Inter raggiungerà il pareggio nei due o tre anni successivi; un impegno ribadito, con coerenza bisogna dire, ininterrottamente dal 2005, un impegno che fa il paio con quello di Moratti che mette a verbale che lui sanerà il deficit annuale. Grazie a questa specie di gentlemen agreement l'Inter partecipa al campionato di serie A anche se non avrebbe i requisiti nemmeno per la Lega-Pro; i regolamenti parlano di penalizzazioni e addirittura di retrocessione in B ma, come ha detto a suo tempo Matarrese, nessuno osa penalizzare Moratti che mette ogni anno tanti soldi. Col risultato che i gentiluomini di prima (ma forse sarebbe più giusto dire il gatto e la volpe) continuano a farla franca e a sostenere che il bilancio va bene così.

Quanto al dettaglio operativo, si tratta di una piccola banca (la Banca Popolare di Garanzia di Padova, che per statuto doveva garantire le piccole imprese del nord-est, e che nel 2009 è stata messa in liquidazione) dove il dottor Paolillo è stato presidente dal 2006 al 2008. A parte il fatto che presiedere una banca e allo stesso tempo fare il regista finanziario dell'Inter dovrebbe un po' imbarazzare, ci siamo chiesti se per caso l'Inter, con tutto l'ambaradan di società che le fanno corona, avesse avuto rapporti con quella banca, cioè, per dirla terra terra, se Paolillo si fosse prestato dei soldi, magari perché impossibilitato a stampare quelli virtuali a tavolino.

Ci siamo documentati e la risposta non ci ha sorpreso: abbiamo avuto conferma che si tratta davvero di un grande regista, capace di grandi colpi (come quelli del 2005-06), ma anche di piccoli, affannosi recuperi, tanto per salvarsi in calcio d'angolo.

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sabato 6 febbraio 2010

Scommettiamo che...

Una decina di giorni fa avevamo messo in guardia i nostri lettori: si parlava di razzismo e di cori contro Balotelli, e segnalavamo che Fabio Monti sul Corsera suggeriva a Balotelli di andare a giocare in Inghilterra. Un suggerimento a nostro avviso poco disinteressato, visto che Fabio Monti è solito muoversi in perfetta sintonia con le attese societarie, e la scorsa estate era stato proprio il Corriere a fare, diciamo, da sponda per il trasferimento di Ibrahimovic, preparando adeguatamente (e per tempo) i lettori.

Al Corriere si è aggiunto il blog di repubblica.it con lo stesso suggerimento; ieri su tuttosport.com si arriva a leggere di possibile, futuro divorzio con tanto di avviso di prezzo: tra 40 e 50 milioni. Intanto, sul Corriere di nuovo Fabio Monti spara una mezza paginata su "Balotelli, adesso si che è (quasi) super".

Tanti indizi, quasi una prova; noi siamo pronti a scommettere che l'Inter è entrata nell'ordine di idee di cedere Balotelli, così come la scorsa primavera era maturata la stessa idea per Ibra e con la stessa motivazione: fare una grossa plusvalenza vera, adesso che quella false son più difficili da realizzare, e il bilancio è incasinato come gli anni scorsi anzi, ci fosse l'eliminazione in Champions lo sarebbe ancora di più. Scommettiamo che stanno pensando di cedere Balotelli, ma col "sostegno" di giornali e giornalisti, quelli che stiamo vedendo all'opera in questi giorni, magari imbeccati proprio dall'ufficio stampa dell'Inter.

La scorsa estate la prova regina che Ibra "doveva" andare via (e pagato profumatamente) fu un articolo di Roberto Vecchioni sul Corsera, nel quale il cantautore proponeva di accompagnarlo alla stazione cantando "Addio bocca di rosa"; dovessimo leggere, da qui ad aprile-maggio, un intervento di Beppe Severgnini o Gad Lerner sul "razzismo" che potrebbe costringere Balotelli ad emigrare allora la scommessa sarebbe sicuramente vinta.

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lunedì 1 febbraio 2010

Di chi parla l'Uefa?

Fair-play finanziario: un tema rivoluzionario, perché rivoluzionario è il concetto etico-sportivo che introduce. Fare debiti equivale a barare. Pagare forse domani quello che si deve pagare oggi è una distorsione della competizione inconcepibile per un mondo come quello sportivo, dove tutti devono partire dalla stessa posizione e giocare con le stesse regole. Se vinci uno scudetto coi debiti, nessuno te lo può chiedere indietro, scriveva qualche giorno fa Sconcerti. Ebbene: non sarà più così.
Ma sulla nostra stampa non si capisce. Quando si parla di fair-play i nostri giornalisti parlano del Real o delle "inglesi". Ma le fab four inglesi non hanno gestioni caratteristiche in perdita, ma solo debiti derivanti dalla loro acquisizione e che i loro proprietari vogliono ripagare con gli utili dei club (Liverpool e Man U), o derivanti da ingenti investimenti in infrastrutture (Arsenal). Non hanno debiti che servano per portare le loro squadre a un livello superiore. Ricavano più di quanto spendono. L'eccezione è il Chelsea, che però, così come il Manchester City, ha trasformato in capitale i finanziamenti che aveva ricevuto dai soci e che determinavano un livello elevato di indebitamento. Ora si tratta di ridurre il monte stipendi.
Si ha il dubbio che l'Uefa abbia invece nel mirino proprio l'Inter, ma per la stampa italiana sembra che il problema del fair-play non riguardi affatto l'Inter, che ne sarà toccata di striscio, che sì, in fondo magari, ma vuoi mettere Moratti?

E allora. Durante la scorsa settimana Gianni Infantino, Segretario Generale Uefa, ha anticipato al Daily Telegraph i risultati di una ricerca Uefa sui bilanci. E ha detto testualmente:
"Siamo preoccupati, e molti dirigenti e proprietari sono preoccupati come noi, riguardo la sostenibilità del calcio oggi. Abbiamo fatto un'indagine riguardante più di 650 club in Europa e abbiamo scoperto che il 50% di questi club registra perdite ogni anno, e il 20% di questi registra perdite enormi, spendendo il 120% dei loro introiti ogni anno".

In quale categoria sta l'Inter? Nella generica "registra perdite ogni anno", o nel 20% che "registra perdite enormi" con un rapporto 120% costi/ricavi? L'Inter, sommando i dati degli ultimi 10 esercizi, ha un rapporto costi/ricavi del 140%. Ma ultimamente si sarà messa a posto? E' sulla strada giusta? Più vince più il bilancio migliora? No, l'ultimo bilancio evidenzia un rapporto del 160%.
Perdite. Perdite enormi. Stratosfera delle perdite.

Si chiedono a Infantino le ragioni e lui risponde:
"Circa un terzo dei club spende almeno il 70% delle loro entrate in stipendi."

E l'Inter? Sempre dai dati degli ultimi 11 anni, il rapporto tra stipendi e ricavi è ben oltre la soglia ritenuta abnorme dall'Uefa, si arriva infatti ad un dato medio del 79,69%, circa il 10% in più, il tutto, a differenza dei bilanci inglesi, considerando i ricavi al lordo delle plusvalenze da cessioni giocatori. Parecchio, insomma. Anche qui: ultimamente starà andando meglio? No, nell'ultimo bilancio il rapporto è dell'88%.

Insomma: di chi parla l'Uefa? Ovvio, delle inglesi.

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sabato 30 gennaio 2010

Un posto al Sole per Christian Rocca

Apprendiamo che l'amico Christian Rocca andrà a lavorare al Sole 24 Ore. Auguriamo buon lavoro al bravissimo giornalista.

Siamo certi che ora l'altrettanto bravo Gianni Dragoni non sarà più il solo a parlare delle magagne del Nuovo Calcio Pulito.

E magari qualche articolo potrebbe scapparci anche sul processo di Napoli. Del resto gli argomenti non mancano, si pensi ad esempio all'inedita e strana telefonata Mazzini-Baldini.

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venerdì 22 gennaio 2010

Quando si esagera...

Quando si esagera, beh, da che mondo è mondo, si esagera.
Ieri, ancora, c'era chi scriveva di fantomatici piani dell'Inter per un nuovo stadio, di progetti dell'architetto Boeri per un impianto modernissimo e specialissimo, di grande futuro, radioso e luminoso, per la Beneamata.
Già, con quali soldi? Chi finanzia lo stadio?
Chi è il pazzo che anticipa il denaro a una società che da 20 anni non ha un attivo di bilancio, che chiude regolarmente con un passivo spaventoso, e che ha un rapporto tra costo del lavoro e introiti tra i peggiori, e ancora strapaga trentenni? Come spera di rivederli mai?
Ora, un conto è comprare un Quaresma, un conto è farsi uno stadio. Senza finanziamenti, non si muove niente. E l'Inter non ha né gli introiti, né gli asset, per attrarli. Chiaro come il sole, a chiunque mastichi un po' di calcio, e di economia.
Non è, tanto per citare gli esempi più recenti di nuovi stadi, l'Arsenal che aveva un'intera area, quella del precedente stadio, da poter valorizzare o vendere, non è la Juve che veniva da dodici anni di bilanci a posto e grandi prospettive di sviluppo davanti.
Non basta mettere in pegno Maicon, per vedere muoversi le gru.
E oggi, infatti, come da noi ampiamente previsto, di corsa Boeri (fratello dell'economista Tito, che forse gli avrà datto una dritta) e Paolillo si affannano a smentire. Si tratta del restyling della sede di Corso Vittorio Emanuele, dice il primo. Il progetto è accantonato, ma non abbandonato, dice il secondo.
E noi gli crediamo: sia mai che i soldi infatti escano fuori dai finanziamenti all'Expo 2015 provenienti dalla giunta della cognata del proprietario... sia mai che lo stadio glielo paghiamo noi!

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mercoledì 20 gennaio 2010

Nelle mani giuste

Nella nostra ricerca della Lehman Brothers del calcio siamo costretti a scrivere un pezzo che mai avremmo voluto scrivere. Il Manchester Utd è in serie difficoltà finanziarie.
Ma mettiamo in chiaro le cose. La società di Sir Alex Ferguson è una tra le meglio gestite del mondo, produce utili da una decina d'anni e ha un patrimonio tecnico (leggi giocatori) di primissimo livello, anche grazie alla incessante attività di scouting che porta a Manchester i migliori giovani d'Europa.
Infine, la società è proprietaria del mitico stadio dell'Old Trafford e di un eccellente centro sportivo.

Dunque, vi domanderete, dov'è il problema?
Semplice, il Manchester Utd è finito nelle mani "giuste". Infatti è stato acquistato da uno spregiudicato imprenditore americano, Glazer, che ne ha affossato i conti (lo stato patrimoniale, per la precisione).
Costui, non avendo a disposizione le risorse finanziarie per impadronirsi di un prelibato boccone come il Manchester, lo ha acquistato a debito. Successivamente ha fuso la società-veicolo, oberata dei debiti per l'acquisizione con il Manchester medesimo, et voilà: la società di calcio si è ritrovata con 500 milioni di sterline di debito.
Non basta: Glazer, avendo altri 150 milioni di debito (tasso 15%, roba da usura) con due Hedge Fund, pretende costanti e alti utili, visto che deve "servire" questo debito a tassi infernali.
La cosa non poteva durare in eterno. I morsi della crisi potrebbero costringere la società a rinegoziare il suo debito di 500 milioni a tassi più alti, e dunque non garantendo più gli ingenti utili necessari al padre-padrone Glazer.
Per uscire da questa disperata situazione si sono fatte le più disparate, e talvolta stravaganti, ipotesi: dal lease-back del patrimonio immobiliare al prestito da parte dei giocatori.
Unica soluzione possibile per salvaguardare l'immenso patrimonio tecnico del Manchester è quello di costringere il robber-baron Glazer a cedere la società.
Urge, tra l'altro, una norma Uefa che vieti in futuro a simili personaggi di acquistare a debito una società.
Il calcio deve rimanere uno sport. Dunque deve uscire dalle sacrestie delle banche d'affari sempre pronte, in cambio di laute commissioni, ad architettare le più spericolate manovre finanziarie per i tanti baroni-ladri che infestano il mondo degli affari.

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martedì 12 gennaio 2010

Moratti virtuoso... a parole!

C'è qualcosa che non torna nelle recenti dichiarazioni di Platini a la Repubblica. Come si concilia, infatti, la dichiarata presenza di Moratti tra i sostenitori del fair play finanziario con la recente querelle sui debiti dell'Inter, e soprattutto con le ultime operazioni di mercato nerazzurre?
Ricordiamo che le roi Michel ebbe a dire che solo uno sprovveduto avrebbe comprato una società pesantemente indebitata come l'Inter. La risposta dell'Inter non tardò ad arrivare, invitando Platini a verificare meglio le sue affermazioni. Evidentemente, nel frattempo, Platini avrà sentito Moratti, il quale Moratti, in base alle affermazioni di Platini, avrebbe abbracciato la lotta dell'Uefa verso la sostenibilità finanziaria del calcio: a partire dalla stagione 2012/2013 potranno infatti partecipare alle competizioni europee solo quelle società con bilanci i cui costi non eccedono i ricavi.
E però qualcosa non torna, il pareggio di bilancio si raggiunge in due modi: o si aumentano i ricavi o si tagliano i costi. In quanto ad aumentare i ricavi tutti ci provano, ma pochi ci riescono.
Nel caso dell'Inter l'incremento dovrebbe essere di notevole entità, su cifre comprese tra 150/200 milioni di euro, visti i deficit degli ultimi esercizi. La strada maestra sarebbe quella di ridurre i costi.
Una società di calcio riduce i costi principalmente tagliando gli stipendi. Ma Moratti non sembra intenzionato a seguire questa strada anzi, dopo il recente arrivo di Pandev (ingaggio da tre milioni di euro netti a stagione), sembrano imminenti nuovi arrivi, con ulteriore incremento del monte salario. Allora perché Platini dice che Moratti vuole il fair-play finanziario, se alla prova dei fatti va in tutt'altra direzione? Forse Platini ha fatto questa dichiarazione per lanciare un ultimo aut-aut a Moratti? Vedremo come finirà, se sarà Moratti a sistemare i conti (operazione molto difficile), oppure l'Uefa allargherà le maglie per non intrappolare qualche pesce grosso, sfoggiando qualche classica soluzione all'italiana che porti a cambiare tutto per non cambiare niente.

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giovedì 7 gennaio 2010

Half cheating

Gli inglesi hanno molti difetti, è vero, ma a differenza nostra non hanno problemi a parlare - e tanto - dei bilanci delle loro squadre, a denunciarne i problemi e gli ostacoli alla competitività. Lo fanno gli addetti ai lavori - e qui è ovvio che il bilancio del vicino è sempre più rosso del tuo -, lo fanno - non ci si crederà - i quotidiani.
Negli ultimi giorni se n'è parlato tanto. Il Portsmouth non paga gli stipendi da un paio di mesi, ed è indietro anche con qualche rata dei pagamenti: gli è stato imposto il blocco dei trasferimenti ed è ora sotto l'occhio dell'agenzia delle tasse, si prospettano sanzioni pesantissime. Te le ricordi Lazio e Roma?
Il Chelsea: Roman Abramovich ha convertito il debito del club nei suoi confronti in azioni, e forse ora si aprirà l'epoca dei pareggi di bilancio. Forse, ma forse. Intanto però i soldi che doveva mettere, li ha messi.
Arsene Wenger però ha detto che comportarsi così, pagare chissà quando, è "half cheating". Tradotto alla buona, è "mezzo barare". Figurarsi. Chi in Italia si è mai azzardato di dire qualcosa del genere a proposito dei vari "pagherò" dell'Inter? Che, beninteso, nonostante qualche iniezione, deve così metterne di milioni di euro per arrivare al pareggio di bilancio, a livello di bilancio della controllante, e al netto di svalutazioni del marchio.
Come Abramovich, ha fatto Mansour. Un passivo allucinante, ripianato con più di 400 milioni di euro, a garanzia anche degli acquisti di questa stagione. Il problema, soprattutto per il City, è il futuro: come farà ad avere bilanci in attivo, come vuole l'UEFA, una squadra che ha introiti ad oggi inferiori ai 100 milioni e spese così ingenti di gestione, essendosi caricata ingaggi pesantissimi e fuori mercato? Quanto tempo ci metterà?
Ce la farà entro il 2013/2014, la stagione in cui è previsto il varo completo del fair-play finanziario, in ritardo sui tempi inizialmente previsti? Ci sarà un piccolo ritardo, dicono le fonti UEFA, ma saremo inflessibili.
In Inghilterra ci si chiede: ma Chelsea e City ce la faranno? E l'Inter, ci domandiamo noi, da soli? Dopo tutto le due inglesi oggi stanno a zero, l'Inter sta a "meno" parecchio.
Infine il Manchester United e il Liverpool. Anzi, Glazer e Gillett&Hicks e i loro famigerati "leverage buy-out". Il Manchester United è l'unico club europeo a segnare attivi su attivi, l'unico grande club con una gestione da anni costantemente in attivo, e non di poco. Ma gli attivi di bilancio finanziano l'acquisto di Glazer. Gli utili del Manchester, come lo chiamiamo in Italia, servono a pagare i debiti di Glazer con banche e hedge funds (con interessi altissimi quest'ultimi). Ce la faranno mai? Non sembra possibile a nessuno. L'unica soluzione è che Glazer venda. Però. Abbiamo sentito dei dibattiti piuttosto strani in Italia.
Ebbene sì, abbiamo sentito persino i soliti opinionisti interisti pontificare sulla situazione del Manchester, come se il modello di gestione dei soldi nel cesso di Moratti fosse migliore di quello di un club che guadagna 80 milioni di euro all'anno. Quando parlano di Moratti, dicono che "vuole investire", così senza neanche un complemento oggetto a dimostrare un po' di pudore.
Il Manchester United non sta "half cheating" anzi, è Glazer che sta "half cheating" sulla sua pelle.
Quanto a certi giornalisti... sì, stanno "half cheating", e l'altra metà pure.

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lunedì 4 gennaio 2010

Emirato Italia

Il Giornale pubblica un'indiscrezione succosa: la Lega starebbe pensando (o sta già contrattando?) di far giocare uno o due turni di campionato negli Emirati Arabi. Tutte le squadre dopo Natale andrebbero a prepararsi al sole della penisola arabica, e vi giocherebbero una (il 6 Gennaio) o due (il 6 Gennaio e la domenica successiva) giornate di campionato. Si presume che i ricchi sceicchi pagherebbero fior di quattrini per l'intrattenimento.

La cosa ovviamente è convincente sotto l'aspetto finanziario, almeno nel breve termine, perché si andrebbero a rimpolpare le esangui casse delle squadre di Serie A.
Due le controindicazioni. Una prettamente tecnica, ovvero: come andrebbero ripartiti i petrodollari elargiti dagli sceicchi? Conoscendo i nostri presidenti, se la cosa dovesse andare in porto, prevediamo tumulti in Lega.
L'altra controindicazione è più di lungo termine. Già il calcio italiano sta allontanando molti appassionati: caro biglietti, violenza negli stadi, gioco non all'altezza, continue polemiche e chi più ne ha più ne metta. Se poi si andasse a mettere in discussione il più sacrale dei principi, cioè che il campionato italiano si gioca in Italia, quale sarebbe la reazione dei tifosi? Quanti si disamoreranno nel vedere la propria squadra trasformata in una sorta di replica degli Harlem Globetrotters?

Secondo noi il gioco non vale la candela. Ricordiamo ai signori presidenti che non è impossibile distruggere la passione di un popolo per uno sport. Se qualcuno ha dei dubbi, si pensi all'enorme passione degli italiani per il ciclismo negli anni '50, e la si confronti con la situazione attuale di questo sport. A tirare troppo la corda, presto o tardi...

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venerdì 1 gennaio 2010

Una santa alleanza contro Bilanciopoli?

Noi lo avevamo previsto, mica facciamo i giornalisti sportivi!
Roman Abramovich ha cancellato i propri crediti nei confronti del suo Chelsea. In sostanza, ha trasformato i crediti in capitale. Come avevamo previsto, una volta rilevata l'impossibilità di esigere i crediti, tanto vale "cancellarli", e quindi "valorizzare" un asset appartenente comunque al proprio patrimonio. Ovvio.
Però, a pensarci bene, l'oligarca potrebbe avere anche un altro obiettivo, oltre alla valorizzazione del Chelsea: stanare i tanti furboni del mondo del calcio.
Spieghiamoci meglio: ora il Chelsea è pienamente in regola con i principi del fair play finanziario proposti dalla Uefa. Presumibile, dunque, che Abramovich chieda un'applicazione rigorosa di questi principi; del resto non si perdono certo oltre trecento milioni di sterline per poi approvare delle regole che dispensano la concorrenza da un simile sacrificio, o no?
In pratica, secondo noi, con questa mossa l'oligarca russo si allea con Platini rompendo il fronte dei club spendaccioni (Real, Inter ecc.), interessati a vedere un'applicazione il più annacquata possibile dei principi del fair play finanziario.
Una mossa azzardata, ma Abramovich ci ha abituato a mosse spericolate che nel lungo periodo si sono dimostrate azzeccate e letali per i nemici e i concorrenti. Per maggiori informazioni si chieda a Mutu.

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martedì 29 dicembre 2009

Addio legge Beckham

In Spagna la vida loca del mondo del calcio sembra davvero finita. Il Parlamento infatti ha abrogato la legge che concedeva uno sconto sull'aliquota dell'imposta sul reddito per i lavoratori stranieri con un reddito superiore ai 600.000 euro. Non ci vuole molto per capire che questa legge era fatta su misura per gli sportivi professionisti, visti gli alti ingaggi di cui godono (beati loro!): infatti fu da subito definita dalla stampa "legge Beckham".
Finalmente si pone fine ad un'evidente sperequazione tra contribuenti. Ma non solo: si pone fine anche ad una delle più evidenti distorsioni della concorrenza tra club europei.
Non era accettabile una situazione nella quale i club di una nazione avessero un tale enorme vantaggio. Naturalmente dove non hanno potuto né l'Uefa né l'Unione Europea è riuscita la realtà dei fatti: la grave crisi economica ha reso politicamente intollerabile, in un paese con quasi il 20% di disoccupati, un simile favoritismo alla "casta gladiatoria".

Ora, grazie alla crisi economica, ci aspettiamo anche qualche provvedimento in relazione ai finanziamenti bancari e alle folli speculazioni edilizie dei club.
Forse abbiamo trovato uno dei pochi risvolti positivi della crisi economica: la possibilità di dare una bella lezione ai furboni del pallone iberico.

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mercoledì 16 dicembre 2009

E lo chiamano ordine pubblico

Ieri, chiamato a testimoniare nel processo su Calciopoli, l'ex presidente della Figc Carraro ha, tra l'altro, spiegato perché fosse a suo tempo intervenuto con i designatori a favore della Lazio: non l'aveva fatto da tifoso, ma per la carica istituzionale che ricopriva (?); spiegandosi ancora meglio, ha aggiunto di essere intervenuto per ragioni di ordine pubblico (??).

Finora la testimonianza più istruttiva di Carraro a noi era parsa una sua intervista alla Gazzetta (nel 2004), nella quale diceva che i bilanci di molte società erano irregolari, ma che la Figc non le penalizzava, come da regolamento, per non far incazzare i tifosi: ieri però ci sembra che si sia superato. Premesso che stiamo parlando del più autorevole personaggio del calcio italiano, premesso anche che dallo scandalo di Calciopoli è uscito immacolato sia per la giustizia sportiva che per quella ordinaria, a noi sembra davvero inquietante che un tale personaggio, in un'aula di Tribunale abbia detto, in parole povere, che la Figc non opera per far rispettare i regolamenti, ma si muove per evitare il rischio di incazzature e movimenti di piazza.

A parte l'amara considerazione che se nell'estate 2006 ci fossimo ritrovati in diecimila a Roma a bruciare i cassonetti della spazzatura davanti alla Figc la recita di Calciopoli avrebbe preso un'altra piega, l'autorevole parere di Carraro dimostra in maniera incontrovertibile che le tifoserie più violente e i comportamenti più minacciosi sono quelli che meglio tutelano le società. Ci chiedevamo, per fare un esempio, come mai le bombe carta che fanno spesso da sfondo sonoro alle partite dell'Olimpico di Roma diventino petardi nelle sanzioni della giustizia sportiva, ci chiedevamo anche come mai non vengano aperti fascicoli sulle irregolarità dei bilanci dell'Inter: adesso Carraro ci ha risposto.

Non ha risposto solo a noi, perché da oggi tutti i tifosi sanno ufficialmente (si sapeva anche prima, ma non stava bene dirlo) che basta bruciare un po' di cassonetti e si ottiene un rigore, e bloccando i traghetti si può evitare la serie C; se tanto mi dà tanto è facile immaginare, poi, cosa si può ottenere preparando magari dei dossier di spionaggio su giocatori, società, dirigenti e la stessa Federazione.

Al Tribunale di Napoli ieri nessuno si è scandalizzato, su lastampa.it Beccantini esprime delle riserve di ordine etico; noi ci limitiamo a osservare che, in nome di un fantomatico ordine pubblico, ieri si è dato un autorevole riconoscimento alle minacce e ai comportamenti violenti nel mondo del calcio.

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giovedì 10 dicembre 2009

Abracadabra! Ecco i milioni!

Abbiamo più volte toccato l'argomento del bilancio dell'Internazionale FC, raccontando come il bilancio finisca ogni anno puntualmente in rosso per svariati milioni di euro, e di come puntualmente il buon Moratti sottoscriva l'aumento di capitale necessario a coprire il deficit. Abbiamo anche ricordato che nel bilancio consolidato figurano anche altri debiti per circa 300 milioni di euro che, grazie ad una giusta dose di cosmesi contabile, non vanno invece a macchiare il bilancio della società. Negli ultimi anni, per ripianare i bilanci dell'Inter, è bastato provvedere a far staccare congrui dividendi dalla zecca personale del patron nerazzurro: quella Saras di cui anche abbiamo parlato, che in effetti produce utili sostanziosi grazie alla componente Cip6 della bolletta energetica di tutte le nostre case.
Per chi non lo sapesse, rammentiamo brevemente che il Cip6 è un sovrapprezzo sull'energia elettrica che va ad incentivare la produzione di energia da fonti alternative rinnovabili o assimilate; nella migliore tradizione italiana, tra le assimilate vengono comprese un sacco di fonti che non sono assolutamente rinnovabili, per esempio i bruciatori, i termovalorizzatori, e gli impianti che bruciano gli scarti della lavorazione del petrolio (la Saras appunto) i quali, oltre a non essere rinnovabili, sono piuttosto inquinanti, e sull'argomento varrebbe la pena di vedere il documentario "Oil", girato a proprie spese dal regista Massimo Mazzotta.
A mettere in dubbio l'opportunità del Cip6 non siamo soltanto noi: già a Febbraio il presidente dell'Antitrust Catricalà aveva osservato come l'acquisto da parte del Gse di energia prodotta da fonti "assimilate" assorbisse la maggior parte degli incentivi finalizzati invece alle fonti rinnovabili, e costituisse un fattore di distorsione del mercato.
Il problema principale risiedeva nella durata delle convenzioni Cip6 stipulate con i produttori di energia, che sarebbero durate ancora 7-10 anni; e d'altra parte, se consideriamo che nel bilancio della Saras la maggior parte delle entrate è dovuta proprio all'incentivo statale, si può ben capire come la società Sarlux sia nata probabilmente con lo scopo specifico di sfruttare la legge sulle energie rinnovabili a scopo di lucro per la durata della convenzione.
Se da un lato gli incentivi statali dureranno ancora anni, sull'altro fronte il tempo però stringe, e all'Inter lo sanno benissimo: a fronte della disparità di potere economico tra i vari club europei, l'Uefa ha dato il via ad una campagna di fair play finanziario, che prevede di escludere dalle competizioni europee quelle società che, nell'arco di un paio di stagioni, non regolarizzeranno la loro posizione presentando una gestione economicamente sostenibile: in poche parole, o l'Inter trova i soldi per sanare il suo bilancio consolidato, o non potrà più accedere alla beneamata Champions League. Certo che al patron nerazzurro con il pallino della coppa orecchiuta devono essere roteati parecchio gli attributi: con quel che paga ogni anno per ripianare i bilanci, non solo si sente ancora dire da Tizio e da Caio che la sua Inter è piena di debiti, ma adesso vogliono anche tagliarlo fuori dalla Champion's!
Come fare?
Perché si tratta di sborsare ancora più del solito se si vuole veramente risolvere il problema: la via maestra, quella della riduzione delle spese, pare abbastanza ostica da praticare, visto che per ridurre gli ingaggi milionari dei giocatori occorrerebbe un loro improbabile gesto masochista, oppure l'intervento di qualche squadra disposta a comprarli facendosi carico dei loro stipendi. E d'altra parte il porcellino per quest'anno è stato rotto: per quanto fiorente sia il bilancio della Saras, non lo si può spremere troppo in poco tempo!
Sebbene Moratti disponga di tante amicizie altolocate, pare improbabile che qualche amicone del presidente sia in grado di estrarre dal portafoglio i 300 milioni necessari: chi si farebbe carico di una spesa del genere per entrare nella società più sperperona del vecchio stivale? E poi e poi! Ce lo vedete il Massimo azionista dell'Inter a dividere il suo potere decisionale con un nuovo socio investitore? Ci vorrebbe piuttosto un bel salvataggio di stato, che so: un versamento una tantum a fondo perduto, direttamente a nome del popolo italiano, in segno di gratitudine per quanto l'Inter rappresenta in termini di valori etici e sportivi!
Possibile? Forse.

Il 2 Dicembre scorso il ministro dello Sviluppo Economico Claudio Scajola ha firmato un decreto che promuove "la risoluzione anticipata delle convenzioni Cip6 aventi ad oggetto impianti di produzione di energia elettrica alimentati da combustibili di processo o residui o recuperi di energia nonché impianti assimilati alimentati da combustibili fossili..." Riassumendo i termini del decreto e senza avventurarci in calcoli discretamente complicati, possiamo paragonarlo alla rescissione del contratto tra l'Inter e Mancini: "Anziché pagarti ancora lo stipendio per tre anni, te lo pago subito per due e rescindiamo il contratto", solo che in questo caso diventa: "Anziché pagarti ancora il Cip6 per dieci anni, te lo pago subito per X anni, e rescindiamo la convenzione". Vale solo la pena di notare che non si menziona la possibilità di rimuovere la componente relativa dalle bollette delle nostre case.

Sempre secondo i termini del decreto, i titolari di convenzioni Cip6 che vorranno usufruire di questa possibilità dovranno dichiararlo entro il 21 Dicembre 2009. Non sappiamo se l'eventuale adesione della Saras sarà un fatto di pubblico dominio ma, se andrà così, sapremo per certe due cose: che l'Inter è salva ed il re è nudo.

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lunedì 7 dicembre 2009

L'Inter come l'Alitalia?

Il dubbio non è nostro, a sorpresa è Fabio Monti (!) che sul Corsera ricorda che il flop di Torino dei nerazzurri non è il primo della stagione, aggiunge che sta salendo la paura per la partita di mercoledì e conclude che un'eventuale uscita dalla Champions vorrebbe dire un danno consistente per un club che "ha una rosa e una gestione da vecchia Alitalia".

Un accostamento sorprendente, visto che ancora poche settimane fa Monti scriveva che l'Inter aveva la fortuna del presidente mecenate, che la società non aveva debiti, che Platini prendeva un granchio a dire che solo uno stupido poteva pensare di comprare un club come quello di Moratti. Adesso questa specie di inversione ad U, per cui la gestione della società sarebbe un disastro.

A dire il vero sul Corriere s'era notato qualcosa di strano anche per il caso Maicon: quando l'Ufficio Stampa, e a seguire Moratti e Mourinho, aveva comunicato che si trattava di un misunderstanding (il fantasioso "vai tu, vai tu") proprio Fabio Monti aveva scritto che la società rischiava il ridicolo, non pensavamo però che si arrivasse a tanto con riferimento alla gestione, un tasto delicato che può far venire tanti brutti pensieri.

Ignoriamo se il Corsera sia sintonizzato con l'umore del mecenate Massimo, oppure Fabio Monti sia andato in confusione perché ha letto sul nostro sito l'intervista a Gianni Dragoni, piuttosto ci piace notare che sulla questione Maicon il giornale ci ha preso, e l'Inter ha fatto ridere i polli, e potrebbe prenderci anche riguardo la gestione.

In fondo in fondo, che dietro i bilanci dell'Inter ci sia un mezzo disastro (e qualche illecito sportivo da serie B) noi lo stiamo scrivendo e documentando da prima che esplodesse la crisi dell'Alitalia.

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martedì 24 novembre 2009

La colpevolezza degli accusatori

Eccoci qui, dopo tre anni, a commentare l'assoluzione della Triade per i "fatti" relativi al bilancio della Juve. Per la verità ,sarebbe giusto dire che siamo qui a commentare i "non fatti" del bilancio: la Triade si è comportata con specchiata correttezza. I bilanci della Juve erano (e sono) tutt'altra cosa rispetto ai bilanci di tante altre società della Serie A di calcio.
Tutto bene quel che finisce bene? No, manco per nulla.
Come ha detto, infatti, l'avvocato Andrea Galasso, si è chiuso non un normale episodio giudiziario, ma un episodio doloroso. Per noi tifosi una inutile, cattiva e sadica tribolazione.

Tribolazione, va detto, dovuta allo zelo della nuova Juventus (quella Montelkaniana), che per consentire alla Procura di procedere ha presentato una bella querela contro ignoti per infedeltà patrimoniale. Suona beffardo, oggi, il comunicato stampa con il quale si rallegrano per l'assoluzione, quando tutti i giornali avevano già scritto che erano pronti a patteggiare per un reato inesistente. Cosa non si fa per un'altra vagonata di letame alla Triade!
Che credibilità hanno, dopo questa assoluzione, questi signori? Secondo noi nessuna, visto che già in occasione del processo sportivo vi fu l'incredibile e invereconda (per chi non conosce i retroscena) calata di braghe zacconiana di fronte a Ruperto.
E' evidente che qualcosa non torna, è evidente che i primi a voler la condanna della Juventus, di quella Juventus, sono i signori di Corso Galileo Ferraris e i loro azionisti principali.

Ma non basta. Tra i colpevoli impliciti indicati da questa assoluzione vi è buona parte del circuito della stampa mainstream. Chi ha dimenticato l'appiattimento sulle debolissime tesi accusatorie di Stampa, Corriere, Repubblica e Gazzetta? Pur di dare man forte ai PM arrivarono anche a dar voce a persone domiciliate nelle galere svizzere, che accusarono Moggi (senza uno straccio di prova) di aver intascato soldi sul trasferimento di Zidane. Questo è informare il lettore, o spargere letame?
Suona ridicolo, oggi, il sito della Repubblica che ricorda come il PM avesse chiesto tre anni per Moggi. Fatevene una ragione, il PM poteva chiederne anche trentamila di anni, ma il risultato non cambia: assolti perché il fatto non sussiste; in altri termini, assolti perché qualcuno si è inventato un sacco di balle!

Ma i colpevoli impliciti non finiscono mica qui. Che dire di una Figc che si premura (dopo che per anni ha consegnato alla Juve della Triade l'Oscar sul bilancio) di costituirsi parte civile? Sì, quella Figc che continua a non vedere situazioni fallimentari vere, conclamate, evidenti a tutti. Certo, ci rendiamo conto di quanto sia vitale una condannina, purché sia alla Triade. Anche loro hanno partecipato alla gogna di tre anni fa, poter dire "li hanno condannati", per qualsiasi cosa, serve a scacciare i fantasmi che si addensano sul loro operato.

Ecco perché con la sentenza di oggi sul banco degli imputati finiscono i Torquemada, che fino a ieri sedevano sul banco degli accusatori.

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giovedì 12 novembre 2009

Juve: un bilancio da Champions

Qualche giorno fa il Sole 24 Ore aveva illustrato la grave situazione del bilancio dell'Inter (sul sito abbiamo titolato su "Moratti in mutande"), ieri è arrivato il comunicato del CdA della Juve sul rendiconto trimestrale (luglio-settembre 2009), ed è come passare dalla notte al giorno. Intanto perché i conti sono in miglioramento rispetto a quelli già buoni dell'anno prima, nonostante gli investimenti di questa estate, e segnano un utile netto di 5,6 milioni, ma soprattutto per una indicazione di fondo.

L'articolo del Sole metteva in guardia dicendo che un'azienda "si considera solida se i debiti finanziari netti non eccedono il patrimonio", e sottolineando che l'Inter aveva un totale di debiti netti vicino ai 400 milioni e un patrimonio netto negativo (per questo abbiamo parlato di Moratti in mutande); dal comunicato sulla trimestrale della Juve, invece, si ricava che la posizione finanziaria netta è positiva (più crediti che debiti), e il patrimonio netto è aumentato arrivando a 107 milioni (senza stadio di proprietà pensiamo che sia un piccolo record). Una società quindi, la Juve, più che solida, un bilancio davvero da campioni.

A proposito di campioni, il CdA della Juve stima che l'intero esercizio 2009-10 possa chiudere in pareggio (e questo sarebbe già un successo), e che dipenderà dal cammino che la società riuscirà a fare nella Champions dove, come sappiamo, girano milionate di euro per ogni turno superato.

E così si arriva al punto centrale della gestione della Juve, che i redattori di questo blog hanno sottolineato tante volte: il bilancio è così a posto che la società potrebbe fare altri investimenti, li potrebbe fare anche a gennaio; con la conseguenza, non da poco, che se fossero investimenti azzeccati avrebbero subito un ritorno, magari un turno in più superato nella Champions e quindi i milioni di euro che ne deriverebbero.

Stando ai giornali, il presidente Blanc dice che la Juve è a posto con questa rosa, e noi siamo d'accordo con questa dichiarazione anche perché, come ha insegnato la gestione precedente, gli acquisti si fanno senza preannunciarli sui giornali o dibattendoli in comitati societari. Speriamo però che, nel frattempo, in casa Juve si ragioni a fondo sulla questione; si ragioni sì di bilancio, com'è giusto, ma si ragioni anche di rosa e di risultati.

Nel campionato dei bilanci siamo anni luce davanti a tutti, adesso tutti i tifosi bianconeri vogliono giustamente non solo un bilancio, ma una Juventus da Champions.

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mercoledì 11 novembre 2009

Da Mezzaroma a Tuttaroma

La situazione della Roma ci viene descritta come disperata. Meglio ancora, ad essere disperata dovrebbe essere la situazione della famiglia Sensi, oberata di oltre 330 milioni di euro di debiti nei confronti di Unicredit. Sia chiaro, molti di questi debiti hanno origine negli anni ruggenti della gestione allegra della Roma da parte di Sensi padre, evidentemente ben coadiuvato da Franco Baldini.
Poi, questi debiti sono stati spostati con apposite alchimie finanziarie alle società (Roma 2000 e Italpetroli) a monte di AS Roma. L'obiettivo apparve chiaro fin dal primo momento: consentire all'asset più prezioso del gruppo Sensi di iscriversi al campionato di calcio, iscrizione altrimenti preclusa viste le regole sui bilanci.
Tutto questo armeggiare è senz'altro stato utile per guadagnar tempo in attesa di tempi migliori. Sfortuna ha voluto che i tempi migliori non siano arrivati, nonostante la retrocessione della Juve abbia dato una bella mano grazie alle qualificazioni in Champions.
E ora tutte le contraddizioni della strategia escono a galla: Unicredit ha addirittura iniziato a requisire gli alberghi dei Sensi, e addirittura tratta con la famiglia per arrivare alla vendita della Roma. Evidentemente l'unico modo per abbattere il debito.

E qui però deve esserci qualche problema: secondo il Corriere dello Sport, Unicredit spingerebbe per la vendita all'imprenditore farmaceutico romano Angelini, coadiuvato dall'immobiliarista Mezzaroma.
Fosse vera questa ipotesi, la cosa sarebbe straordinaria: Mezzaroma è anche socio (oltre che cognato) di Lotito nella società S.S Lazio S.p.A. Sì, avete capito benissimo, rischieremmo di avere un soggetto socio di ambedue le squadre romane. Con buona pace dei paroloni sul conflitto di interessi (che evidentemente vale solo tra Moggi e suo figlio), e una pernacchia alle rivalità cittadine.

Un calcio sempre più sommerso da infinite contraddizioni. E Petrucci e Abete dormono il sonno del giusto, probabilmente in attesa delle grandi abbuffate dell'Olimpiade 2020 o dell'Europeo 2016.

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martedì 10 novembre 2009

I debiti? Eccola, la vergogna dei debiti!

Siamo stati forse l'unico "giornale" che ha scavato nella polemica di Paolillo e dell'Inter nei confronti di Platini, che parlava di troppi debiti: abbiamo messo in guardia i lettori contro i sofismi di Paolillo, poi abbiamo ricordato le sue prodezze contabili, e infine abbiamo ricordato di quali debiti si parli quando c'è di mezzo la normativa Covisoc sulle iscrizioni al campionato e alla Champions, e sui parametri da rispettare.

Oggi ci piace segnalare, chiudendo la questione (almeno per ora), il bell'articolo di Gianni Dragoni sul Sole 24 Ore dell'8 novembre, che dice un po' di cose: che i debiti dell'Inter, quelli che vanno a finire nei parametri Covisoc, ammontano al giugno 2009 a 431,55 milioni e sono in aumento rispetto ai 395 milioni di un anno prima; che non è vero che l'Inter non abbia debiti con le banche, ce li ha direttamente l'Inter (48,3 milioni), e ce li ha la controllata Inter Brand, che nel 2006 ha fatto un mutuo (120 milioni) con Antonveneta per la compravendita del marchio, come abbiamo scritto anche noi più volte sul blog; i guai dell'Inter, osserva Dragoni, non sono solo i debiti e i buchi di bilancio, il guaio grosso è che il patrimonio netto è sempre negativo, cioè ogni anno per mettere a posto i conti Paolillo brucia tutte le risorse disponibili (capitale e riserve) e si ricomincia daccapo.

Platini vuole che questo non debba più succedere. Ma qui la questione non è Platini sì oppure Platini no, il fatto è che dopo la legge Bosman, quando si è cercato di regolamentare le società di calcio, fior di super-esperti e giuristi di grido hanno partorito la normativa a cui bisogna sottostare per iscriversi al campionato e alla Champions: in base a tali norme, ogni tre mesi le società sono passate ai raggi X dalla Covisoc (e per conoscenza anche dal Coni); ed esse vietano espressamente che si possa creare una situazione come quella dell'Inter.

La questione, semplice semplice, è quindi quella che abbiamo posto tante altre volte: la normativa non viene rispettata, ci sono gli ispettori della Covisoc, c'è la Procura Federale, c'è il Coni, ma del rispetto della normativa non c'è traccia. A questo punto nel lettore meno smaliziato può nascere un dubbio, il dubbio se siano troppo furbi i dirigenti alla Paolillo oppure siano troppo "stupidi" quelli che devono controllare e comminare le sanzioni.

Premesso che siamo sicuri che Platini non è uno stupido (adesso deve fare il "politico", ma stupido non lo è mai stato), ricordato che Carraro ha a suo tempo dichiarato che in Figc si sapeva che i bilanci erano irregolari, e che le società andavano penalizzate, raccomandando infine di riflettere sul caso della Roma con Unicredit, costretta a chiedere dei pignoramenti, il nostro dubbio è un altro.

Il nostro dubbio è che ci sia stata connivenza tra controllori e controllati inadempienti con la complicità della stampa che, dopo Calciopoli, e a dispetto delle dichiarazioni di facciata sul calcio pulito, questa connivenza e complicità siano degenerate e che, sotto questo profilo, il sistema calcio e il suo regolare funzionamento siano stati profondamente minati alla radice.

In base a questa ipotesi, suffragata da tanti articoli del nostro sito sui bilanci e non solo, parecchie società, tanti dirigenti, molti funzionari e quasi tutti i giornalisti delle redazioni sportive non dovrebbero solo vergognarsi per i debiti, come dice Platini; dovrebbero vergognarsi e basta.

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venerdì 6 novembre 2009

Debiti? quali debiti?

Quando Platini ha parlato della vergogna dei debiti delle squadre inglesi, il segretario della Football Association ha convocato una conferenza stampa ed ha elencato i debiti della Premier, società per società (la Gazzetta dello Sport del 9 ottobre 2009 ci ha dedicato una paginata); aspettando la conferenza di Beretta (ancora non sarà sufficientemente preparato?), ricordiamo cosa era venuto fuori in Inghilterra.

Era venuto fuori che qualche società i debiti ce li aveva col proprietario (700 milioni del Chelsea con Abramovich), che molte società avevano fatto il mutuo per lo stadio, che in qualche caso era roba da ingegneria finanziaria relativa all'acquisto della società (il caso del Manchester United); c'erano, cioè, situazioni diverse in un contesto complessivo non allarmante, perché in generale la gestione ordinaria non presentava problemi, e parecchie società chiudevano in utile. C'è stato un bel dibattito in Inghilterra, e alla fine la F.A. ha deciso addirittura di anticipare i tempi rispetto all'ipotesi Uefa del fair play finanziario: Platini lo ipotizza fra tre anni, gli inglesi alcune misure che vanno nella stessa direzione le adotteranno fin da subito.

Londra non è Roma, e da noi non è successo niente. Per essere precisi, anzi, è successo che Petrucci, Abete e Matarrese hanno detto che da noi tutto era a posto, la Gazzetta non ha pubblicato nessuna tabella, il Corsera ha continuato a scrivere che Moratti sana i passivi di bilancio, e un sottosegretario davanti agli esperti dell'Uefa ha dichiarato che come fa i controlli la Covisoc in Italia non li fa nessuno (!!!).

Barzellette da far ridere mezza Europa, e situazione che si può riassumere oggi nel melodramma della Roma. Mentre Unicredit sta mandando gli ufficiali giudiziari a pignorare i beni della famiglia Sensi per recuperare i 330 milioni ancora da esigere sui debiti contratti per arrivare allo scudetto, la società giallorossa, quando fa i comunicati di bilancio, continua a parlare di gestione risanata e i giornali scrivono che la A.S. Roma non ha debiti con le banche. Si dimenticano, i giornali, di scrivere che sopra la Roma c'è Roma 2000, e sopra ancora Italpetroli, che di sotto c'è la società proprietaria del marchio della "maggica" e un'altra che gestisce il patrimonio (?) immobiliare; si dimenticano cioè di guardare se per caso i debiti della Roma non siano appostati da un'altra parte, visto che ci sono e 330 milioni non sono bruscolini.

Ci fosse stato un dibattito anche in Italia, come in Inghilterra, adesso saremmo tutti d'accordo che bisogna leggere non il bilancio della società di calcio, ma quello consolidato, come peraltro è previsto dalla normativa Covisoc; saremmo anche d'accordo, e lo richiede la normativa Uefa per concedere la licenza per la Champions, che quando una società di calcio fa capo ad una scatola cinese che possiede solo quella (è il caso dell'Internazionale Holding del signor Massimo Moratti, che possiede solo l'Internazionale F.C.), bisogna fare il consolidato partendo dalla scatola cinese. Altrimenti, come succede per la A.S. Roma, i debiti ci sono, ma la Covisoc, le gazzette e i corrieri fanno finta di non vederli (mentre l'Uefa li vede per davvero); debiti, per esempio, a carico delle controllate (per il marchio, per qualche leasing immobiliare, per qualche altra operazione di ingegneria finanziaria), oppure debiti fatti dalla scatola cinese per avere risorse da anticipare alla società di calcio, oppure ancora debiti come quelli che il Chelsea s'è scoperto avesse con Abramovich o, più in generale, debiti con terzi di qualunque natura, come previsto dalle Norme Organizzative Interne Federali.

Rispetto al dibattito che non c'è stato, la nostra Associazione s'è portata un po' avanti, anche perché la situazione della nostra serie A era (ed è) molto più grave di quella della Premier inglese, e sul sito c'è un'intera sezione Bilanciopoli dedicata all'argomento. Senza vantarci più di tanto, suggeriamo qualche spunto per quando ci sarà la conferenza stampa di Beretta, oppure per quando la Gazzetta farà la paginata come quella sul calcio inglese, con riferimento in particolare alla disputa dell'Inter con Platini: quanti e quali debiti risultano nel consolidato dell'Inter? La Covisoc, secondo le direttive Uefa, ha consolidato partendo da Internazionale Holding? L'Inter partecipa al campionato e alla Champions pur avendo, come ha scritto il Sole 24 Ore, un patrimonio negativo?

E a proposito di scatole cinesi, poniamo infine con forza un altro interrogativo: come ha sanato Moratti i passivi dal 2006 al 2008? Che ruolo ha avuto Inter Capital per sistemare, solo sulla carta come è stato autorevolmente scritto, quei passivi? Non siamo davanti a quello che un prestigioso professore della Bocconi ha definito come "illecito tollerato" delle società di calcio? E se è così, non deve attivarsi qualche Procura?

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mercoledì 4 novembre 2009

Senti chi parla


Sull'Inter arrabbiata con Platini per la faccenda dei debiti (che ci sono, ma non si vedono) scrive la Repubblica che s'è innescato un "contenzioso che dovrà essere chiarito". Lo seguiremo con attenzione, anche per mettere a confronto quanto scriveranno i giornali con quello che risulta dai bilanci di Internazionale F.C., Internazionale Holding, Inter Brand e Inter Capital da noi tante volte citati negli articoli sul nostro sito.

Intanto vorremmo far notare che la polemica con Platini non la fa Moratti in persona ma, per delega, Ernesto Paolillo, amministratore delegato e direttore generale dell'Inter, cioè il regista finanziario di tutto il carrozzone nerazzurro, quello che ogni anno fa i conti (è stato direttore generale alla Popolare di Milano, e quindi è del mestiere) e dice a Moratti di quant'è l'assegno che bisogna firmare (e Moratti, da buon mecenate, lo firma).

In parole povere, Paolillo dice che Platini non è esperto di bilanci e quindi ha parlato a sproposito; noi invece, in parole ancora più povere, vorremmo far notare che Paolillo è molto esperto di bilanci, tanto da far comparire anche risorse che non ci sono, le famose plusvalenze fittizie, quelle che, a leggere i regolamenti Figc, farebbero rischiare anche la serie B.

Paolillo è arrivato all'Inter nel 2005 (prima aveva fatto un po' di allenamento allo Spezia, su incarico di Moratti) e, neanche a farlo apposta, in due anni l'Inter ha accumulato quasi 400 milioni di passivo. Sapete cosa ha fatto Paolillo? Prima s'è inventato la discutibile compravendita del marchio, poi s'è inventato la autorivalutazione della società grazie al cilindro magico di Inter Capital, e così Moratti quando, da buon mecenate, ha dovuto firmare gli assegni ha fatto un bel risparmio (300 milioni a non esagerare), come ha fatto notare anche il Sole 24 Ore.

Dicevamo che seguiremo gli sviluppi del contenzioso dell'Inter con l'Uefa di Platini, perché adesso dovrebbe venir fuori, se i giornali faranno il loro dovere, come è riuscita l'Inter di Moratti a pagare le spese vere, per esempio i super-ingaggi di Ibra e Mancini, con i soldi "inventati" da Paolillo.

Noi un'idea ce l'abbiamo, aspettiamo che corrieri e gazzette mandino in avanscoperta i loro kamikaze e diremo la nostra. Intanto ribadiamo una convinzione già altre volte motivata: in base ai regolamenti sportivi, nei bilanci dell'Inter ci possono essere illeciti sanzionabili anche con la serie B. E dato che si tratta di illeciti non ancora prescritti, ci auguriamo che gli sviluppi del contenzioso siano belli aperti e trasparenti (come Paolillo assicura che sono i bilanci dell'Internazionale), e possano interessare qualche Procura (Federale e non solo).

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Lacrime spagnole

Il primo dei mille paradossi del calcio spagnolo sembra sia destinato ad aver vita breve: la famosa legge Beckham del 2003, che tassava i redditi dei cittadini stranieri al 24% come aliquota massima, al posto dell'usuale 43%, sembra destinata a futura abrogazione.
Sia chiaro, nessun impeto democratico. Solo il disperato bisogno di danari da parte dello Stato spagnolo, che vede crescere enormemente sia la disoccupazione che il deficit statale.
Naturalmente le autorità calcistiche già si stracciano le vesti. In particolare, ci ha colpito la presa di posizione del catalano Laporta, che dice: "Si è presa una decisione senza nessun tipo di consultazione, che va a colpire una lega che è la migliore del mondo e che già porta tantissimo al prodotto interno lordo del Paese. I risultati dei club e della nazionale dimostrano che la politica che si era seguita finora era giusta. Con questa riforma i giocatori stranieri di maggior talento ci penseranno due volte prima di venire a giocare nella Liga".
Interessante discorso quello di Laporta, oseremmo dire molto "italiano": infatti, per esempio, lamenta una mancata consultazione. Come se non fosse ovvio che chiunque venga colpito da un inasprimento fiscale sarà comunque contro il provvedimento, mica occorre consultarlo per saperlo. Senza considerare il fatto che un governo legittimamente e democraticamente eletto ha il sacrosanto diritto di portare avanti il proprio programma (salvo, naturalmente, farsi giudicare dagli elettori alle successive elezioni).
Ma la cosa curiosa e paradossale è che Laporta da un lato si preoccupa dell'infanzia povera del terzo mondo (infatti ha regalato la sponsorizzazione della maglia all'Unicef), però dall'altro lato dimostra di non avere alcuno scrupolo nei confronti del cittadino a basso reddito locale, visto che pretende un trattamento fiscale di favore per Ibra. Come vedete, roba da sepolcri imbiancati.
Che volete, quando le risorse iniziano a scarseggiare si diventa tutti un po' come i tanto vituperati italiani.
Stia tranquillo il signor Laporta, per riportare sulla terra la bolla del calcio spagnolo occorre ben altro che questa puntura di spillo fiscale, pertanto le sue lacrime (da "chiagni e fotti") se le risparmi per quando le banche iberiche, volenti o nolenti, chiuderanno il cordone della borsa.

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martedì 3 novembre 2009

Le ragioni di Platini e quelle dell'Inter

In fondo, se un simpatizzante della Germania nazista ci spiegasse che la seconda guerra mondiale fu scatenata a causa dell'attacco anglo-francese alla Germania, non potremmo dargli tutti i torti: formalmente, il nostro interlocutore avrebbe ragione.
Infatti furono la Francia e l'Impero Britannico a dichiarare guerra alla Germania.
Certo, dal punto di vista sostanziale, tutti sappiamo che una tale affermazione è falsa. Fu la Germania nazista che per prima si riarmò trasgredendo il trattato di Versailles e che poi, con una politica aggressiva, iniziò ad annettersi vari territori (Sudeti e Austria per esempio). Ovvio che questa politica, vista la successiva aggressione alla Polonia, non poteva che portare alla reazione delle due democrazie europee contro la Germania.
Eppure, dal punto di vista formale, il nostro ipotetico interlocutore avrebbe ragione: furono Francia e Gran Bretagna a dichiarare guerra alla potenza nazista.

Si può trarre la conclusione che alle volte la storia (ma vale anche per la vita in generale) si muove per paradossi: "Nulla sarebbe ciò che è. Perché tutto sarebbe ciò che non è. Ed anche il contrario - ciò che è, non sarebbe. E ciò che non sarebbe, lo sarebbe. Vedi?", così diceva Lewis Carroll nel suo Alice nel paese delle meraviglie.

Allo stesso modo, formalmente, l'Inter ha ragione nella polemica con Michel Platini: l'Internazionale S.p.A non ha debiti con le banche, come ha ricordato Paolillo. Anche se, ad onor del vero, ciò non significa che il bilancio di questa società sia sostenibile, viste le mostruose iniezioni di liquidità che il suo presidente deve fare annualmente.
Forse avete fatto caso al fatto che abbiamo definito l'Internazionale S.p.A come "questa società", come se di società ve ne fossero anche altre. Ed è proprio qui che, infatti, si entra nella casa del Bianconiglio. O, se volete, in altri termini si passa dalla verità formale a quella sostanziale.
Infatti, per esempio, esiste una società collegata ad Internazionale S.p.A, Inter Brand srl, che ha acquistato il marchio della prima. Inter Brand è di proprietà del figlio di Moratti, e i soldi per acquistare il marchio li ha chiesti in prestito ad Interbanca S.p.A, nel cui CdA sedeva incidentalmente (supponiamo), ai tempi, il presidente dell'Inter Massimo Moratti. Che è, appunto, anche il papà del proprietario della Inter Brand.
Quindi, nella realtà sostanziale, come potete vedere, i debiti con le banche escono fuori, e per di più assieme ad un colossale conflitto d'interessi. Conflitto d'interessi a cui, oggi, Platini non ha fatto cenno, probabilmente perché non a conoscenza di una simile situazione. Oppure perché gli veniva impossibile spiegare al giornalista del Telegraph un simile intreccio.

Eh già, "non tutto ciò che è appare", disse Palazzi (citando male Carroll, supponiamo).
Ma, in Italia, la realtà supera abbondantemente anche la fantasia.

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domenica 1 novembre 2009

Rivoluzione falce e barile

E' passata un po' sottotraccia, ma nel giorno dell'Assemblea degli azionisti dell'Inter, il Presidente Moratti ha annunciato una piccola grande rivoluzione: evidentemente i sanguinosi conti dell'Inter fanno riflettere, ormai, anche un benefattore (dei milionari) come lui.
Ecco cosa ha dichiarato: "Nell'Inter abbiamo deciso una rivoluzione. Che parte da una riorganizzazione. Anche trasferendoci nella nuova sede di Corso Vittorio Emanuele abbiamo ottimizzato le risorse umane. Ma chiaramente bisogna incidere sui costi di calciatori e tecnici. Abbiamo scelto che d'ora in poi tutti i contratti, sia quelli nuovi sia quelli che saranno rinnovati (il primo Julio Cesar ndr), avranno una struttura molto diversa. Ci sarà una parte con un minimo garantito di livello per la qualità degli straordinari campioni che abbiamo, in campo e in panchina. Ma di livello considerevolmente inferiore rispetto ai contratti attuali. E ci saranno sostanziosi premi già definiti a seconda dei titoli che mi auguro conquisteremo. In questa maniera miglioreremo la salute dell'Inter e offriremo nuovi incentivi ai tesserati".

Il modello è, ovviamente, interessante e tra l'altro molto simile a quello che provarono ad applicare in casa Juve ai tempi della Triade. Sfortunatamente crediamo che, almeno nel breve periodo, la "rivoluzione" indebolirà la squadra. Lo diciamo perché saranno ancora più allettanti per le star le sirene del campionato spagnolo e del campionato inglese, dove gli ingaggi risultano più alti e meno legati ad un evento aleatorio, come per esempio una vittoria in coppa. Questo è ciò che abbiamo pensato quando abbiamo letto la notizia.
Però, dopo ventiquattr'ore abbiamo appreso che Mancini, per rescindere il suo contratto, è stato letteralmente ricoperto d'oro (nero?) dal nostro petroliere preferito.
Le rivoluzioni non si fanno in pizzeria. Tanto meno nelle assemblee degli azionisti di una delle ditte di un petroliere. E questo, a leggere Marx (ma anche la Thatcher), sarà per l'Inter un grosso problema.

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venerdì 30 ottobre 2009

Moratti e l'uva (della Champions)

Di fronte alle difficoltà che anche quest'anno l'Inter sta incontrando nella Champions, a Milano hanno fatto le ipotesi più strane: prima che Mourinho doveva conoscere meglio i giocatori nuovi, poi che nelle competizioni internazionali il gioco è diverso rispetto al campionato, poi ancora che nella Champions gli errori si pagano, e infine l'aspetto psicologico, una specie di complesso d'inferiorità.

Diciamo strane, perché l'ultimo dei nuovi giocatori, Sneijder, neanche aveva finito le visite mediche che già risultava il migliore in campo; quanto al gioco, Mourinho dice che è diverso, ma forse vuole dire che tutto è più difficile per la bravura degli altri; resterebbero il complesso d'inferiorità, che non è una bella cosa, e gli errori che si pagano, che è ancora peggio, perché potrebbe voler dire che nel campionato agli errori dell'Inter viene fatto lo sconto.

Qualcosa, insomma, non quadrava e così, a leggere il Corriere della Sera del 27 ottobre, a chiarire la faccenda è intervenuto Moratti, che un po' si è sbilanciato. Nell'assemblea che approvava il bilancio, alla richiesta di un azionista che invitava la squadra a vincere lo scudetto piuttosto che la Champions, Moratti ha risposto che è d'accordo, che anche lui sogna di vincere il quinto (?) scudetto consecutivo.

Di quello che si è detto di preciso nell'assemblea non siamo sicuri, dubitiamo che qualcuno abbia parlato di bilancio sostenibile, ma per l'argomento Champions ci fidiamo di Fabio Monti che, in genere, sembra sintonizzato non solo su quello che Moratti deve dire, ma anche su quello che può pensare. Nello specifico, il nostro corrierista ci ha ricavato un bell'articolo a sei colonne, il cui contenuto è ben riassunto nel titolo che è questo: Moratti si sbilancia: "Forse è meglio vincere il quinto scudetto. Ma se passiamo a Kiev, cambia tutto".

Senza la pretesa di fare i super-tecnici, a noi questa storia di Moratti e della Champions, per come la racconta il Corriere, fa venire in mente quella dei tempi del liceo, della volpe e dell'uva: la volpe cercava di acchiapparla ma, dato che non ci riusciva, alla fine si consolava dicendo che tanto l'uva era acerba. Perché è sicuro che anche Moratti muore dalla voglia di acchiapparla (la Coppa), che ha preso Mourinho proprio perché era uno specialista, l'ha preso anche a costo di dover pagare due allenatori; ma non c'è riuscito l'anno scorso, non ci riesce da una vita e potrebbe non riuscirci neanche quest'anno.

E allora il fido Fabio Monti è come se stesse preparando la via di fuga in attesa della partita di Kiev. Dovesse andare bene, Moratti proverà, come la volpe dei tempi del liceo, a saltare un'altra volta, sperando di acchiappare l'uva che tanto gli piace; se invece andrà male, ci penserà Fabio Monti a ricordare ai lettori del Corsera che Moratti l'aveva già detto agli azionisti: quell'uva è ancora acerba ed è meglio vincere un altro scudetto. Anche perché, aggiungiamo noi, nel campionato si gioca in un modo diverso e gli errori non si pagano.

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lunedì 26 ottobre 2009

Gli opposti estremismi

Tra oggi e domani vengono approvati i bilanci di Juve e Inter, cioè le due società che stanno agli estremi di due campi diversi (come in matematica il + e il - infinito): la Juve in quello del bilancio sostenibile, perché da quando è quotata in Borsa non ha più chiesto soldi agli azionisti (se non nell'estate 2006, e sappiamo perché); l'Inter, invece, è il caso limite dei bilanci in perdita (nei 14 anni di gestione Moratti ha bruciato risorse per circa 1,1 miliardi di euro).

In tema di bilanci non c'è stato un prima e un dopo Calciopoli: quando nel 2003 fu approvata la legge salva-calcio, la Juve di Giraudo e Moggi non vi fece ricorso, mentre l'Inter svalutò il parco giocatori di oltre 300 milioni; anche dopo lo tsunami del 2006 l'Inter ha continuato ad accumulare perdite al ritmo di centinaia di milioni di euro all'anno. Rispetto ai 1100 milioni di perdite complessive, il nuovo capitale versato da Moratti nel corso degli anni è ammontato a circa 650 milioni, gli altri 400, come abbiamo scritto altre volte sul sito, se li sono inventati i suoi registi finanziari.

Anche in tema di magheggi finanziari siamo agli opposti estremismi: oltre ai 300 e passa milioni della salva-calcio l'Inter s'è inventata la vendita del marchio e la rivalutazione societaria (in tutto altri 350 milioni, proprio nel 2006); la Juve di Blanc non si è inventata niente, anzi, per rispettare il budget e i regolamenti della Figc due anni fa il CdA decise di comprare Poulsen e non Xabi Alonso.

Domani nessun giornale si chiederà come ha fatto l'Inter a iscriversi al campionato 2008-09 visto che aveva un patrimonio netto negativo, in compenso ci sarà la solita candida sviolinata sul mecenatismo di Moratti; a Vinovo, all'opposto, gli esponenti dello Ju29ro Team non faranno finte sviolinate, faranno invece presente che la Juve può vincere la sfida del bilancio sostenibile, ma a condizione che le altre società, con l'Inter in testa, rispettino le norme federali, cosa che non sta avvenendo da anni e che la Juve deve avere la forza di proporre e far discutere.

Abbiamo, tempo per tempo, segnalato sul sito le novità che ci sono state in tema di bilanci, da ultimo le intenzioni dell'Uefa di Platini di imporre il bilancio sostenibile, non con le chiacchiere, ma con un regolamento valido in tutta l'Europa; intanto, nel Consiglio Federale al posto di Cobolli Gigli arriverà Blanc, che ci auguriamo rompa il muro di omertà e faccia discorsi nuovi.

Forse le cose cominceranno a cambiare, e prima o poi ci sarà un campionato senza trucchi e prestigiatori finanziari.
Forse.

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venerdì 23 ottobre 2009

E' caduto 'o Banco 'e Spagna!

Chi è appassionato di storia del calcio sicuramente lo sa: nel 1952 il Napoli acquistò, per la cifra all'epoca spropositata di 105 milioni di lire, Hasse Jeppson. La leggenda racconta che, durante una partita, all'ennesima caduta del giocatore, dalla tribuna si levò questa esclamazione di un tifoso napoletano: "E' caduto 'o Banco 'e Napule!". Una battuta fantastica!

Questo episodio, letto da qualche parte chissà dove, ci è ritornato in mente guardando la sintesi della partita Real-Milan. Tutto sommato si potrebbe dire: "E' caduto 'o Banco 'e Spagna"! vista la faraonica campagna acquisti (a debito) dei madridisti.
Se si considera, inoltre, il modo in cui è maturata, cioè nella più assoluta assenza di gioco, con una condizione atletica da dilettanti e con una difesa imbarazzante, si può immaginare che non sarà né la prima né l'ultima.
Ma al Real Pereziano evidentemente non importa: oggi infatti il Corriere dello Sport riporta di una guerra di mercato tra Barcellona e Real per l'acquisto di Ribery.
L'ennesima stella in organico, se la spuntasse il Real. Inutile dire che il giocatore, visti i problemi evidenziatisi, serve a poco. Molto più utile sistemare difesa e centrocampo con qualcuno che, magari incidentalmente, si ricordasse che in questo gioco è necessario rincorrere anche l'avversario.
Tant'è, a Perez evidentemente la cosa interessa poco: l'importante per lui è primeggiare nella graduatoria delle magliette vendute. Poi ci pensa la stampa a inculcare nei creduloni l'idea che la vendita delle magliette sia sufficiente a compensare tutto questo sperpero di risorse.
Tutto questo, almeno fino a quando "'o Banco 'e Spagna" terrà aperti i cordoni della borsa.

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