La tosse delle pulci è un fastidioso malanno che affligge il genere umano. Dalle mie parti si usa l’espressione “anche le pulci hanno la tosse” per indicare come, talora, anche esseri minuscoli ed insignificanti, come le pulci, cerchino di dar segno della loro esistenza, mediante fragorosi colpettini di tosse. Ovviamente è una metafora popolare, che sta ad indicare come anche persone senza titolo, né merito, né parte, anelino affannosamente a farsi notare. Questa espressione mi è tornata in mente sovente, da un anno a questa parte. Dall’avvento, ovvero, di quella che è stata denominata Calciopoli, Moggiopoli e che io preferisco chiamare, come molti altri Juventini, Farsopoli. Perché quell’evento, che oscillerebbe tra il grottesco ed il ridicolo, se non avesse avuto connotazioni altamente drammatiche per i suoi esiti, che ha copiosamente alimentato, dal Maggio scorso, le espettorazioni di una moltitudine di pulci, altro non è stato che una farsa, con sentenze costruite ad arte, per permettere una ribalta, lungamente negata, a chi era rassegnato al ruolo di comprimario, di attore di complemento se non, addirittura, di anonima comparsa nel panorama calcistico nazionale. Mi giunge notizia che, ieri, l’ennesima pulce, il cui nome non conosco, né mi affannerò a ricercare, né tanto meno a citare, perché non intendo dargli il piacere della citazione e dell’effimera celebrità, ha voluto dire la sua su un’emittente locale. Tale emittente si chiama Telenova; confesso che ho dovuto fare uno sforzo notevole di memoria, per ricordare l’esistenza di Telenova. In effetti, lo sforzo mnemonico, mi ha indotto a rammentare che era esistita tale stazione, nel panorama affollato dell’etere italico. Ad essere onesto, mi scuseranno gli amici di Telenova (non li conosco, né sono miei amici, ma bisogna pur indorare la pillola qualche volta), ero convinto che non esistesse più. E invece ieri pare se ne siano manifestate le tracce, attraverso i deliri, largamente condivisi, di un figuro che definirò “la pulce di Telenova”. Nulla di nuovo, nelle parole di costui, traccia consunta di un disco già ascoltato innumerevoli volte in questi mesi: sosteneva i soliti, beceri, discorsi forcaioli contro Moggi, contro la Juventus, contro l’ex arbitro De Santis. Si vantava perfino di non aver mai dato voce a queste controparti; che sarebbe un po’ come dire, ad un Festival canoro, non invito Vasco Rossi che è troppo rivoluzionario, ma vi faccio sentire DJ Francesco, non vi delizierò con gli U2, troppo rumorosi, ma vi farò ascoltare Leone di Lernia. Mi scusi, la pulce, ma agli orecchi di un semplice spettatore del popolo, quale io sono, tale “vanteria”, maliziosamente, potrebbe suonarmi come la storia della volpe e l’uva. Ossia, è lui che non dà spazio a Moggi, De Santis e via dicendo, o saranno quest’ultimi a non filarselo? La pulce di Telenova culminava l’elogio della follia (rendo una cortesia a questo figuro, sprecando una citazione del grande Erasmo da Rotterdam), affermando che nella sua trasmissione non si concedeva spazio per il contraddittorio. Se la suona e se la canta da solo. Per la gioia dell’autocitazione ed autoeccitazione, e dei palati “fini” di coloro, spero pochi, che lo stanno ad ascoltare. Ormai la tosse della pulce è una malattia dilagante; mi piacerà ricordare in altre occasioni, più approfonditamente, come tale malattia abbia colpito più personaggi, che, lo ammetto, prima dell’avvento di Farsopoli, mi erano totalmente sconosciuti, da tale travaglio (i minuscoli sono tutti voluti), a tale palombo, da tali beatrice e narducci, a tali verdelli, ziliani; la lista è molto lunga. La formula della ricerca dell’effimera notorietà è sempre la stessa e, curiosamente, viene condivisa con buona parte dei comici di satira nazionali: si sceglie un argomento in voga e lo si cavalca. In passato lo si è fatto con Craxi ed Andreotti, poi con Berlusconi, oggi con la Juventus e Moggi. Da un anno a questa parte salgono tutti in groppa alla Zebra, anche coloro che casualmente si trovano a passare di lì; spero, di cuore, che la Zebra si stanchi e li disarcioni, riportandoli a poggiare faccia e terga (è singolare come spessissimo le due cose coincidano) nel loro elemento naturale: il fango.